L'anno dei sei imperatori (238 d.C.)
Il 238 d.C. è ricordato dalla storiografia romana come l'anno dei sei imperatori, una delle fasi più drammatiche e convulse della cosiddetta crisi del III secolo, il lungo periodo di instabilità che investì l'Impero romano tra il 235 e il 284 d.C. In appena dodici mesi, il potere imperiale cambiò mano ripetutamente, coinvolgendo eserciti provinciali, aristocrazie locali, il Senato di Roma e la Guardia Pretoriana in una lotta senza precedenti per il controllo dello Stato.
La straordinarietà di questo anno risiede nel fatto che ben sei imperatori furono proclamati, riconosciuti o esercitarono il potere in momenti diversi. La successione rapidissima degli eventi mise in luce la profonda fragilità delle istituzioni imperiali e il crescente predominio delle forze militari nella scelta dei sovrani. In questo contesto di guerre civili, rivolte provinciali e congiure di palazzo, il Senato tentò per l'ultima volta di recuperare un ruolo politico centrale, scontrandosi apertamente con gli interessi dell'esercito.
I sei imperatori che segnarono il destino dell'Impero durante quell'anno furono Massimino il Trace, Gordiano I, Gordiano II, Pupieno, Balbino e Gordiano III.
- Il governo di Massimino il Trace e le origini della crisi
- La proclamazione di Gordiano I e Gordiano II
- La battaglia di Cartagine e la caduta dei primi Gordiani
- I nuovi imperatori scelti dal Senato: Pupieno e Balbino
- L'assedio di Aquileia e la morte di Massimino il Trace
- Lo scontro finale tra Pupieno e Balbino
- L'ascesa di Gordiano III e il significato storico del 238 d.C.
Il governo di Massimino il Trace e le origini della crisi
All'inizio del 238 d.C. il trono imperiale era occupato da Massimino il Trace, salito al potere nel 235 dopo l'assassinio di Alessandro Severo. La sua ascesa rappresentò una svolta significativa nella storia dell'Impero. Per la prima volta un uomo proveniente dagli strati più umili della società e legato quasi esclusivamente alla carriera militare raggiungeva la massima carica dello Stato.
Massimino era considerato il primo imperatore di origine barbarica e fondava la propria autorità principalmente sul sostegno delle legioni. Il governo risultava fortemente orientato alle esigenze dell'esercito e alla difesa delle frontiere, continuamente minacciate dalle incursioni dei popoli germanici e da altre pressioni esterne.
Per sostenere le enormi spese militari, il sovrano adottò una politica fiscale estremamente severa. L'aumento delle imposizioni colpì soprattutto i grandi proprietari terrieri e le élite provinciali, alimentando un crescente malcontento. A ciò si aggiungeva la diffidenza dell'aristocrazia senatoriale, che guardava con disprezzo un imperatore estraneo alle tradizioni della nobiltà romana e poco incline a collaborare con il Senato.
La situazione esplose nella provincia dell'Africa Proconsularis, una delle regioni più ricche dell'Impero. Qui l'uccisione di un esattore imperiale particolarmente odiato divenne il catalizzatore di una rivolta più ampia contro il regime di Massimino. Le aristocrazie locali decisero allora di cercare una figura autorevole che potesse guidare l'opposizione e individuarono questa figura nel governatore provinciale.
La proclamazione di Gordiano I e Gordiano II
Le élite africane offrirono la porpora imperiale a Gordiano I, anziano proconsole della provincia. Uomo colto, appartenente all'aristocrazia senatoriale e già ottantenne, Gordiano I accettò il titolo imperiale con notevole riluttanza, consapevole dei rischi enormi che comportava una ribellione contro il sovrano legittimo.
Per rafforzare la propria posizione, Gordiano I associò immediatamente al potere il figlio Gordiano II, creando una diarchia destinata a garantire maggiore stabilità e continuità. Entrambi assunsero il titolo di Augusto e adottarono il cognomen Africano, sottolineando il legame tra la loro elevazione al trono e la provincia che aveva promosso la rivolta.
La notizia della proclamazione raggiunse rapidamente Roma. Il Senato romano, da tempo ostile a Massimino, colse l'occasione per sfidare apertamente il sovrano. Le ragioni di questa ostilità erano molteplici. Da un lato pesavano le origini umili dell'imperatore e la sua estraneità ai circoli aristocratici; dall'altro risultava particolarmente mal sopportata la progressiva marginalizzazione della classe senatoria nella gestione dello Stato.
Il Senato riconobbe dunque ufficialmente Gordiano I e Gordiano II come imperatori legittimi e dichiarò Massimino nemico pubblico, compiendo un gesto di enorme portata politica che trasformò una rivolta provinciale in una vera guerra civile.
La battaglia di Cartagine e la caduta dei primi Gordiani
Le speranze del Senato e dei sostenitori dei Gordiani si infransero però nel giro di poche settimane. Nella vicina Numidia governava infatti Capeliano, fedele sostenitore di Massimino e comandante di forze militari ben addestrate.
Capeliano reagì con rapidità e decisione. Alla testa della Legio III Augusta, una delle unità più prestigiose dell'esercito romano stanziato in Africa, marciò contro i ribelli. Lo scontro decisivo ebbe luogo presso Cartagine, il principale centro politico ed economico della regione.
Le forze dei Gordiani erano composte in gran parte da milizie civili e volontari privi dell'esperienza necessaria per affrontare soldati professionisti. L'esito della battaglia risultò quindi rapidamente sfavorevole ai ribelli. Le truppe di Capeliano ottennero una vittoria schiacciante e durante i combattimenti Gordiano II trovò la morte.
Quando la notizia raggiunse il padre, la situazione apparve senza speranza. Gordiano I, ormai privo di sostegno militare e consapevole dell'imminente fallimento della rivolta, decise di togliersi la vita. L'intero regno dei due Gordiani era durato appena ventidue giorni, uno dei periodi più brevi nella storia imperiale romana.
I nuovi imperatori scelti dal Senato: Pupieno e Balbino
La scomparsa dei Gordiani non pose fine alla crisi. Il Senato, ormai compromesso nella lotta contro Massimino, comprese che una resa avrebbe significato probabilmente una dura repressione. Per questo motivo i senatori decisero di proseguire la resistenza.
Vennero così scelti due nuovi imperatori appartenenti all'aristocrazia senatoria: Pupieno Massimo e Balbino Celio Calvino. La scelta di una diarchia non fu casuale. Pupieno possedeva una lunga esperienza militare e godeva di una reputazione di comandante energico e capace. Balbino, invece, era apprezzato soprattutto per le competenze amministrative e per la conoscenza degli affari civili.
L'accordo tra Senato e popolazione romana, tuttavia, non risultò immediato. Una parte significativa della plebe continuava a nutrire simpatia per la famiglia dei Gordiani e vedeva con sospetto i nuovi sovrani. Per evitare disordini e consolidare il consenso, i senatori furono costretti a coinvolgere nella nuova struttura di potere il giovane Gordiano III, nipote di Gordiano I.
Il ragazzo venne nominato Cesare, titolo che indicava l'erede designato e che garantiva una continuità simbolica con la dinastia appena scomparsa. Questa decisione contribuì ad attenuare le tensioni popolari e a rafforzare temporaneamente il fronte anti-massimino.
L'assedio di Aquileia e la morte di Massimino il Trace
Mentre a Roma si susseguivano le manovre politiche, Massimino il Trace non rimase inattivo. Determinato a punire i ribelli e a riconquistare il controllo della situazione, attraversò le Alpi con il proprio esercito e penetrò in Italia.
L'obiettivo era raggiungere Roma e schiacciare l'opposizione senatoriale. Tuttavia il piano incontrò un ostacolo decisivo nella città di Aquileia, importante centro strategico dell'Italia nordorientale. Gli abitanti e la guarnigione cittadina organizzarono una resistenza particolarmente efficace, trasformando l'assedio in una lunga e logorante prova di forza.
Con il passare delle settimane, la situazione dell'esercito imperiale peggiorò sensibilmente. Le difficoltà di approvvigionamento provocarono fame e malcontento tra i soldati. Allo stesso tempo cresceva il risentimento verso un comandante percepito come eccessivamente severo e incapace di ottenere una rapida vittoria.
Nel giugno del 238 la crisi raggiunse il punto di rottura. Alcuni reparti dell'esercito decisero di eliminare il sovrano. Massimino il Trace venne assassinato dai propri soldati insieme al figlio Massimo, associato al potere imperiale. Con la sua morte terminò il tentativo di restaurare il controllo attraverso la forza militare e si aprì una nuova fase della lotta per il potere.
Lo scontro finale tra Pupieno e Balbino
La scomparsa di Massimino eliminò il principale nemico comune che aveva tenuto uniti i sostenitori del Senato. Una volta cessato il pericolo esterno, emersero rapidamente rivalità e diffidenze tra Pupieno e Balbino.
Le differenze di carattere, di esperienza e di visione politica alimentarono tensioni sempre più forti all'interno del governo. Pupieno, forte della propria esperienza militare, tendeva a esercitare un ruolo predominante nelle questioni strategiche. Balbino, dal canto suo, rivendicava pari dignità e autorità nella gestione dello Stato.
Parallelamente cresceva il malcontento della Guardia Pretoriana, tradizionalmente influente nella politica imperiale. I pretoriani guardavano con ostilità il tentativo del Senato di riaffermare la propria centralità e temevano una riduzione del proprio peso politico.
La situazione degenerò rapidamente. I pretoriani fecero irruzione nel palazzo imperiale, catturarono i due augusti e li sottoposero a violenze. Pupieno e Balbino furono infine uccisi, ponendo termine all'ultima grande esperienza di governo direttamente promossa dal Senato durante la crisi del III secolo.
L'ascesa di Gordiano III e il significato storico del 238 d.C.
Dopo l'eliminazione di Pupieno e Balbino, l'unica figura in grado di garantire una parvenza di continuità istituzionale era il giovane Gordiano III. Alla fine del 238 d.C., a soli tredici anni, Gordiano III rimase l'unico imperatore riconosciuto nell'intero Impero romano.
Inizialmente il nuovo sovrano rappresentò soprattutto una figura simbolica, utilizzata dalle varie fazioni come elemento di equilibrio e legittimazione politica. Tuttavia la sua permanenza sul trono consentì una temporanea stabilizzazione della situazione interna dopo mesi di guerre civili, rivolte e assassinii.
L'anno dei sei imperatori costituisce uno degli episodi più significativi della crisi del III secolo perché mostra con straordinaria chiarezza la trasformazione dell'Impero romano. Il potere non dipendeva più principalmente dalle tradizionali istituzioni civiche, ma dal sostegno degli eserciti e delle forze armate. Le rapide successioni, le proclamazioni provinciali e gli omicidi politici del 238 d.C. anticiparono infatti quella lunga fase di anarchia militare che avrebbe continuato a destabilizzare il mondo romano per diversi decenni.
La vicenda dimostra inoltre il fallimento dell'ultimo tentativo del Senato di recuperare un ruolo dominante nella politica imperiale. Dopo il 238 d.C., la realtà del potere romano apparve sempre più legata alla forza delle legioni e alla capacità dei comandanti militari di imporre la propria autorità, una dinamica destinata a caratterizzare gran parte della storia dell'Impero durante il resto del III secolo.
