
Principato di Commodo (180-192 d.C.)
Il principato di Commodo, compreso tra il 180 e il 192 d.C., rappresenta una fase di profonda trasformazione nella storia dell’Impero romano. Con l’ascesa al trono del figlio di Marco Aurelio si conclude infatti l’esperienza del principato adottivo, il sistema che per quasi un secolo aveva consentito la successione imperiale attraverso la scelta dell’uomo ritenuto più capace e adatto al governo. L’avvento di Commodo segna invece il ritorno al principio dinastico e inaugura una stagione caratterizzata da crescenti tensioni politiche, conflitti con il Senato, personalizzazione del potere e progressivo indebolimento delle istituzioni imperiali.
- L’ascesa al trono e la fine del principio adottivo
- La svolta nella politica estera
- Il deterioramento dei rapporti con il Senato
- La divinizzazione dell’imperatore e il modello monarchico orientale
- Il governo dei favoriti e la diffusione della corruzione
- Le congiure e il clima di terrore
- L’assassinio di Commodo
L’ascesa al trono e la fine del principio adottivo
La successione di Commodo costituisce un evento di particolare importanza nella storia dell’Impero. Nel 176 d.C. Marco Aurelio associa formalmente il giovane figlio al governo, preparandone la futura successione. Alla morte dell’imperatore filosofo, avvenuta nel 180 d.C., Commodo sale al trono quando ha soltanto diciannove anni, diventando imperatore per diritto di nascita e non per scelta adottiva. Questa circostanza interrompe una tradizione politica che aveva garantito stabilità all’Impero attraverso l’adozione dei migliori candidati alla successione.
Commodo rappresenta inoltre una figura eccezionale nella storia imperiale perché risulta essere il primo imperatore nato mentre il padre era già regnante. Nonostante abbia ricevuto una preparazione politica e militare adeguata e abbia inizialmente potuto contare sui consiglieri che avevano collaborato con Marco Aurelio, il nuovo principe imprime fin dai primi anni una direzione radicalmente diversa rispetto a quella seguita dal predecessore.

La svolta nella politica estera
Uno dei primi atti significativi del nuovo imperatore riguarda la politica militare lungo il confine danubiano. Marco Aurelio aveva dedicato gran parte del proprio regno alle guerre contro le popolazioni germaniche, in particolare contro Marcomanni e Quadi, con l’obiettivo di consolidare il controllo romano e creare nuove province oltre il Danubio.
Commodo decide invece di abbandonare il progetto paterno. Contro il parere di numerosi comandanti militari e degli ambienti senatori, conclude rapidamente una pace con Marcomanni e Quadi. L’accordo viene giudicato da molti contemporanei sfavorevole per Roma, poiché comporta concessioni economiche e il ritiro delle guarnigioni avanzate. Tale decisione viene interpretata come il segnale della volontà dell’imperatore di allontanarsi dalle impegnative campagne militari per tornare nella capitale e dedicarsi alla vita di corte e agli svaghi cittadini.
La conclusione delle guerre germaniche garantisce una temporanea tranquillità lungo il confine settentrionale, ma produce anche un forte malcontento negli ambienti militari, che considerano la pace una rinuncia ai successi ottenuti dopo anni di combattimenti.
Il deterioramento dei rapporti con il Senato
La differenza più evidente tra il governo di Marco Aurelio e quello di Commodo emerge nel rapporto con il Senato. Marco Aurelio aveva mantenuto un atteggiamento improntato al rispetto delle istituzioni tradizionali e alla collaborazione con l’aristocrazia senatoriale. Commodo, al contrario, sviluppa una concezione del potere molto più personale e autoritaria.
L’imperatore avvia una politica di repressione nei confronti dei senatori, limitandone l’influenza e riducendo progressivamente il ruolo politico dell’assemblea. La nobiltà romana percepisce questa strategia come una minaccia diretta ai propri privilegi e alla propria posizione all’interno dello Stato. Il contrasto tra il principe e il Senato diventa così uno degli elementi centrali dell’intero regno.
Molti storici hanno individuato analogie tra il comportamento di Commodo e quello di altri imperatori ricordati per il loro assolutismo, come Caligola, Nerone e Domiziano. In tutti questi casi il potere tende a concentrarsi nella persona dell’imperatore, mentre gli organismi tradizionali dello Stato vengono progressivamente marginalizzati.
La divinizzazione dell’imperatore e il modello monarchico orientale
Commodo cerca di rafforzare la propria autorità attraverso una crescente esaltazione della figura imperiale. Il principe promuove un modello di potere che richiama le monarchie orientali, fondato sulla sacralizzazione del sovrano e sulla sua elevazione al di sopra delle normali istituzioni politiche.
In questo contesto si sviluppa un intenso processo di divinizzazione della persona dell’imperatore. Commodo arriva a identificarsi con figure divine particolarmente prestigiose, soprattutto Ercole e Mitra. Le rappresentazioni ufficiali mostrano frequentemente il sovrano con la pelle di leone e la clava, simboli tipici di Ercole, mentre il principe pretende di essere riconosciuto come una manifestazione terrena dell’eroe divinizzato e si fa chiamare “Ercole romano”.
Questa ricerca di identificazione con il divino non costituisce soltanto una manifestazione di vanità personale, ma rappresenta anche uno strumento politico destinato a legittimare un potere sempre più assoluto e meno vincolato alle tradizioni repubblicane ancora presenti nelle istituzioni imperiali.
La ricerca del consenso popolare
Mentre i rapporti con il Senato si deteriorano progressivamente, Commodo cerca il sostegno diretto della popolazione urbana. Per conquistare il favore della plebe organizza numerosi giochi circensi, spettacoli pubblici e distribuzioni gratuite di denaro, generi alimentari e beni di prima necessità.
L’imperatore partecipa inoltre personalmente agli spettacoli pubblici, esibendosi come gladiatore nelle arene e come auriga nelle corse dei carri. Tali comportamenti risultano particolarmente scandalosi agli occhi delle classi dirigenti romane, poiché le attività gladiatorie erano considerate incompatibili con la dignità e il prestigio della carica imperiale.
Ciò che per il Senato rappresenta una degradazione della figura del principe viene invece utilizzato da Commodo come strumento di propaganda e di avvicinamento alle masse urbane. Attraverso queste manifestazioni il sovrano cerca di costruire un rapporto diretto con il popolo, riducendo il peso delle tradizionali élite politiche.

Il governo dei favoriti e la diffusione della corruzione
Un’altra caratteristica fondamentale del principato di Commodo riguarda il progressivo disinteresse per l’amministrazione quotidiana dello Stato. Molte funzioni di governo vengono delegate a ministri, liberti e collaboratori personali che esercitano un’enorme influenza sulle decisioni imperiali.
Tra i personaggi più influenti emergono figure come Saotero, cubicolario imperiale, e il prefetto del pretorio Perenne. L’affidamento del potere a questi favoriti provoca profonde tensioni sia all’interno della corte sia nei rapporti con la nobiltà senatoriale.
L’assenza di controlli efficaci favorisce la diffusione della corruzione amministrativa. Le cariche pubbliche vengono spesso assegnate attraverso pratiche clientelari o addirittura vendute al miglior offerente. Le entrate dello Stato e la spesa pubblica sono gestite con crescente disordine, mentre ingenti risorse vengono destinate all’organizzazione di spettacoli e celebrazioni.
I problemi economici che iniziano a manifestarsi durante il regno vengono affrontati con misure poco efficaci, come tentativi di calmieramento dei prezzi, incapaci però di risolvere le difficoltà strutturali dell’amministrazione imperiale.
Le congiure e il clima di terrore
La crescente insoddisfazione delle élite politiche e militari genera un susseguirsi di complotti contro l’imperatore. La prima grande cospirazione si verifica nel 182 d.C. ed è guidata dalla stessa Lucilla, sorella di Commodo. Il tentativo fallisce, ma produce conseguenze molto pesanti.
Dopo la scoperta della congiura, l’imperatore avvia una dura repressione caratterizzata da processi sommari, condanne severe e numerose esecuzioni. Il clima politico diventa sempre più oppressivo e il sospetto si diffonde all’interno degli ambienti di governo.

La sopravvivenza a diversi tentativi di assassinio contribuisce ad accentuare la diffidenza del principe. Commodo si circonda di guardie fidate, rafforza i controlli e intensifica la sorveglianza sugli oppositori. Il Senato subisce una progressiva decimazione dei propri membri più influenti, mentre il regime assume caratteristiche sempre più autoritarie.
L’assassinio di Commodo
Negli ultimi anni del regno il malcontento raggiunge livelli tali da coinvolgere gli stessi ambienti di corte. Una volta perduto il sostegno di gran parte dell’aristocrazia e di importanti settori dell’esercito, Commodo diventa il bersaglio principale delle congiure.
L'imperatore Commodo viene assassinato il 31 dicembre del 192 d.C. a seguito di una vasta cospirazione che coinvolge anche persone di sua fiducia. Tra i principali organizzatori figurano il prefetto del pretorio Quinto Emilio Leto, il cubicolario Ecletto e la concubina Marcia. L’uccisione di Commodo pone termine a un regno durato dodici anni e chiude definitivamente la lunga stagione della dinastia degli Antonini.

Dopo la morte del principe, il Senato reagisce con entusiasmo. L’assemblea decreta la damnatio memoriae, una particolare condanna che prevede la cancellazione del ricordo pubblico del sovrano. Statue, iscrizioni, monumenti ed effigi vengono rimossi o distrutti nel tentativo di eliminare ogni traccia della sua memoria.
Commodo viene ufficialmente dichiarato nemico della patria e additato come esempio di cattivo governo. Nello stesso contesto viene elevato alla carica imperiale Elvio Pertinace, generale e console romano considerato più vicino agli ideali tradizionali dell’aristocrazia senatoriale.
Le speranze di restaurare una successione stabile fondata sul principio adottivo risultano tuttavia destinate a fallire. La morte di Commodo apre una lunga fase di instabilità caratterizzata dall’intervento diretto dei pretoriani e delle forze armate nella scelta degli imperatori. Inizia così un periodo di crisi politica, congiure e anarchia militare che segna profondamente la storia dell’Impero romano e anticipa le difficoltà che si manifesteranno con sempre maggiore evidenza nel III secolo d.C.
