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L'imperatore Antemio

Antemio: l’ultimo grande tentativo di restaurazione dell’Impero romano d’Occidente

Antemio (Procopius Anthemius; probabilmente Costantinopoli, circa 420 - Roma, 11 luglio 472) fu imperatore romano d’Occidente dal 467 al 472 d.C. Il suo regno occupa una posizione particolare nella fase conclusiva dell’Impero romano d’Occidente, perché rappresentò uno degli ultimi tentativi di arrestarne la disgregazione mediante una collaborazione politica e militare sistematica con l’Impero romano d’Oriente.

Antemio non apparteneva alla categoria degli imperatori occidentali elevati al trono quasi esclusivamente dalla volontà di un comandante militare. Proveniva invece dall’alta aristocrazia dell’Oriente romano, aveva ricoperto importanti incarichi civili e militari, disponeva di esperienza di comando ed era imparentato con la dinastia imperiale attraverso il matrimonio con la figlia dell’imperatore Marciano. Leone I scelse dunque una figura dotata di un prestigio personale considerevole, nella speranza che un imperatore autorevole potesse ricostruire un coordinamento efficace fra Costantinopoli e l’Occidente.

Il problema fondamentale che Antemio dovette affrontare era tuttavia strutturale. Alla metà del V secolo l’autorità imperiale occidentale aveva perduto il controllo diretto di gran parte delle province. Il regno vandalico dominava l’Africa romana e rappresentava una minaccia permanente per le coste mediterranee; i Visigoti stavano ampliando il proprio dominio in Gallia; in Italia il potere dell’imperatore era condizionato dall’influenza del generale Ricimero. Il regno di Antemio fu quindi un tentativo di restaurazione condotto contemporaneamente su tre fronti: il recupero dell’Africa, la difesa della Gallia e il consolidamento dell’autorità imperiale in Italia.

Origini familiari e formazione

Antemio apparteneva a una delle famiglie più prestigiose dell’aristocrazia dell’Impero romano d’Oriente. Il padre, Procopio, aveva ricoperto la carica di magister militum per Orientem, uno dei massimi comandi militari dello Stato romano. Il nonno materno, anch’egli chiamato Antemio, era stato prefetto del pretorio d’Oriente e aveva esercitato una notevole influenza politica durante i primi anni del regno di Teodosio II.

Questa origine collocava Antemio ai vertici dell’élite imperiale molto prima dell’ascesa al trono. La posizione familiare garantiva accesso agli ambienti della corte, ma la carriera successiva mostra che il prestigio di Antemio non dipendeva esclusivamente dalla nascita. La formazione culturale fu raffinata e profondamente inserita nella tradizione greca dell’Oriente romano. Le fonti collegano Antemio anche agli ambienti filosofici neoplatonici e, in particolare, alla figura di Proclo. Il rapporto preciso con il celebre filosofo rimane però incerto e non consente di affermare con sicurezza che Antemio ne sia stato direttamente allievo.

La vicinanza alla cultura filosofica greca avrebbe avuto conseguenze anche sulla successiva immagine politica dell’imperatore. Nell’Italia del V secolo, dove l’aristocrazia senatoria cristiana conservava una forte identità politica e religiosa, la provenienza orientale e la frequentazione di ambienti intellettuali legati alla tradizione neoplatonica potevano facilmente diventare strumenti di polemica.

le origini e la carriera

Il matrimonio con Marcia Eufemia e la carriera orientale

Nel 453 Antemio sposò Marcia Eufemia, figlia dell’imperatore d’Oriente Marciano. Il matrimonio introdusse Antemio direttamente nella famiglia imperiale e ne accrebbe considerevolmente il prestigio. Alla morte di Marciano, nel 457, Antemio poteva pertanto essere considerato uno dei personaggi potenzialmente candidabili alla successione.

La scelta cadde però su Leone I, sostenuto dal potente generale Aspar, che esercitava allora una notevole influenza sulla corte orientale. La mancata ascesa al trono non determinò l’emarginazione di Antemio. Il nuovo imperatore continuò infatti ad affidargli incarichi di grande rilievo, segno che Antemio rimaneva una delle principali personalità dell’apparato politico e militare orientale.

Antemio aveva già raggiunto il consolato nel 455 e acquisì ulteriore prestigio attraverso incarichi militari. Le operazioni condotte contro gruppi ostrogoti e contro gli Unni contribuirono a costruirne la reputazione di comandante esperto. Quando, circa un decennio più tardi, Leone I dovette individuare un candidato da inviare in Occidente, Antemio presentava quindi una combinazione particolarmente favorevole di nobiltà familiare, esperienza amministrativa, capacità militare e legami dinastici.

La crisi dell’Occidente dopo Libio Severo

La morte dell’imperatore Libio Severo, nel novembre del 465, aprì un nuovo periodo di vacanza del trono occidentale. Per circa diciassette mesi l’Occidente rimase senza un imperatore riconosciuto, mentre Ricimero continuava a rappresentare la principale forza militare e politica presente in Italia.

La debolezza istituzionale dell’Occidente coincideva con una situazione internazionale particolarmente pericolosa. Il problema più grave era rappresentato dal regno vandalico dell’Africa settentrionale, guidato da Genserico. Dopo la conquista di Cartagine nel 439 e il sacco di Roma del 455, i Vandali erano diventati una grande potenza mediterranea. La loro flotta poteva colpire le coste dell’Impero e il controllo dell’Africa privava l’Occidente di una delle regioni economicamente più importanti dell’antico sistema imperiale.

Genserico disponeva inoltre di uno strumento dinastico per intervenire nella politica romana. Il figlio Unerico aveva sposato Eudocia, figlia dell’imperatore Valentiniano III. Il sovrano vandalo poteva quindi presentarsi non soltanto come capo di una potenza militare indipendente, ma anche come protagonista delle contese dinastiche sorte dopo l’estinzione della casa di Valentiniano III.

In questo contesto Leone I decise di porre fine alla vacanza del trono e di ristabilire una collaborazione istituzionale fra Oriente e Occidente.

L’ascesa al trono

Nel 467 Leone I designò Antemio imperatore d’Occidente. La scelta aveva un significato che superava la semplice successione imperiale. Costantinopoli cercava di creare in Occidente un governo sufficientemente forte da partecipare a una grande offensiva contro i Vandali e, nello stesso tempo, di ricostruire un rapporto più stretto fra le due corti.

Antemio raggiunse l’Italia accompagnato da truppe orientali e fu proclamato Augusto nei pressi di Roma il 12 aprile 467. L’arrivo di un imperatore sostenuto direttamente dall’Oriente modificava però i delicati equilibri politici italiani. Antemio possedeva una propria legittimità e una propria base militare, mentre Ricimero era abituato da anni a esercitare un’influenza determinante sugli imperatori occidentali.

Per evitare uno scontro immediato, Antemio cercò di integrare Ricimero nel nuovo sistema politico. La figlia dell’imperatore, Alipia, fu data in matrimonio al generale. L’unione avrebbe dovuto trasformare una possibile rivalità in un’alleanza familiare e politica. Il compromesso funzionò temporaneamente, ma non eliminò il problema fondamentale: Antemio intendeva esercitare realmente l’autorità imperiale, mentre Ricimero non era disposto a rinunciare alla posizione costruita durante i regni precedenti.

l'ascesa al trono imperiale d'occidente

Il progetto di restaurazione imperiale

Il programma politico di Antemio può essere compreso soltanto considerando insieme politica interna e politica estera. L’imperatore cercò di rafforzare l’autorità centrale in Italia, di mantenere i rapporti con l’aristocrazia gallo romana e soprattutto di recuperare almeno una parte delle province perdute.

L’obiettivo prioritario era l’Africa vandalica. La perdita dell’Africa non rappresentava semplicemente una diminuzione territoriale. L’Africa settentrionale aveva costituito per secoli una delle principali aree fiscali e cerealicole dell’Occidente romano. Recuperare Cartagine avrebbe significato riottenere entrate, risorse agricole e una posizione strategica dominante nel Mediterraneo centrale.

La guerra contro i Vandali fu quindi molto più di una campagna di prestigio. Il successo avrebbe potuto modificare profondamente gli equilibri economici e militari dell’Occidente. Proprio per questa ragione Leone I accettò di impegnare nell’impresa risorse enormi.

La grande spedizione contro i Vandali del 468

Nel 468 Oriente e Occidente organizzarono una gigantesca operazione militare contro il regno di Genserico. La spedizione fu finanziata e sostenuta soprattutto dall’Impero romano d’Oriente, ma costituì uno dei più importanti esempi di cooperazione fra le due parti dell’Impero nella tarda antichità.

Le fonti antiche tramandano cifre eccezionalmente elevate riguardo al numero delle navi, degli uomini e alle somme impiegate. Tali dati devono essere utilizzati con prudenza, perché la storiografia antica tende frequentemente ad amplificare le dimensioni delle grandi campagne. Rimane comunque certo che l’operazione del 468 fu una delle più imponenti spedizioni anfibie organizzate dal mondo romano tardoantico.

Il piano prevedeva attacchi coordinati su più fronti. Basilisco, cognato di Leone I, comandava la principale flotta destinata a colpire direttamente il cuore del regno vandalico. Eraclio di Edessa conduceva un’altra offensiva attraverso l’Africa settentrionale. Marcellino, importante comandante romano attivo nel Mediterraneo occidentale, operava invece nell’area della Sardegna e della Sicilia.

La strategia mirava a sottoporre Genserico a una pressione simultanea e a impedirgli di concentrare tutte le proprie forze contro un unico esercito. Le operazioni iniziali sembrarono confermare la validità del progetto, ma la fase decisiva si trasformò in una catastrofe.

La sconfitta presso Capo Bon

Basilisco condusse la flotta principale nelle vicinanze di Cartagine, presso il Promontorium Mercurii, corrispondente all’odierno Capo Bon, sulla costa tunisina. In quel momento la posizione di Genserico appariva estremamente difficile.

Basilisco concesse tuttavia al sovrano vandalo alcuni giorni di tregua. Le ragioni della decisione sono state discusse dalle fonti antiche e dalla storiografia moderna, ma le interpretazioni più polemiche devono essere considerate con cautela. Il dato essenziale è che la pausa permise a Genserico di preparare un contrattacco.

I Vandali sfruttarono favorevoli condizioni di vento e lanciarono contro la flotta romana delle navi incendiarie. Imbarcazioni cariche di materiale combustibile furono indirizzate contro le navi imperiali, creando disordine e incendi. In una flotta numerosa e concentrata in uno spazio relativamente ristretto, il fuoco poteva trasformarsi rapidamente in un’arma devastante. Le navi romane furono distrutte, disperse o costrette alla fuga e Basilisco ordinò infine la ritirata.

La sconfitta comprometteva l’intero piano strategico. Le vittorie ottenute negli altri settori non potevano compensare la distruzione della principale forza navale. L’impresa contro Cartagine era fallita.

la sconfitta romana contro Genserico

Le conseguenze del disastro africano

Il fallimento del 468 ebbe conseguenze che andarono molto oltre la perdita di uomini e navi. L’Impero d’Oriente aveva investito nella spedizione risorse finanziarie enormi e Leone I non era più disposto a sostenere immediatamente un’altra operazione della stessa portata. Antemio perse quindi la possibilità concreta di riconquistare l’Africa attraverso una nuova offensiva congiunta.

Per l’Occidente il danno fu particolarmente grave. Senza l’Africa, il governo imperiale rimaneva privo di una base fiscale e produttiva che avrebbe potuto contribuire alla ricostruzione delle forze armate. Il fallimento militare produsse dunque un circolo vizioso: la debolezza finanziaria rendeva difficile la riconquista delle province, mentre l’impossibilità di riconquistare le province aggravava ulteriormente la debolezza finanziaria.

Genserico, al contrario, uscì politicamente rafforzato. Il regno vandalico aveva resistito alla più grande offensiva organizzata contro Cartagine e continuava a controllare una posizione strategica fondamentale nel Mediterraneo occidentale.

Il disastro africano indebolì anche la posizione personale di Antemio. L’imperatore non aveva diretto materialmente la flotta sconfitta, ma il fallimento colpiva inevitabilmente il programma politico sul quale il regno aveva investito maggiore prestigio.

La minaccia visigota in Gallia

Mentre il progetto africano falliva, la situazione della Gallia diventava sempre più critica. Il regno visigoto, guidato da Eurico, perseguiva una politica di espansione che tendeva ormai a trasformare un insediamento formalmente inserito nell’ordine romano in una potenza territoriale indipendente.

Per Antemio la Gallia conservava un’importanza politica notevole. Alcune regioni rimanevano legate all’autorità imperiale e l’aristocrazia gallo romana continuava a rappresentare un interlocutore fondamentale. Abbandonare completamente la Gallia avrebbe significato riconoscere che l’Impero occidentale era ormai sostanzialmente ridotto all’Italia.

Antemio cercò inizialmente di opporsi a Eurico attraverso Riothamus, sovrano o comandante dei Britanni. Secondo Giordane, Riothamus giunse in Gallia alla testa di circa 12.000 uomini. La cifra non può essere verificata indipendentemente e deve pertanto essere trattata con cautela.

Le forze di Riothamus raggiunsero Bourges, ma furono successivamente affrontate e sconfitte dai Visigoti presso Déols. Il tentativo di costruire un fronte capace di contenere l’espansione visigota non raggiunse quindi il risultato sperato.

la sconfita in Gallia

La campagna di Antemiolo e la sconfitta del 471

Antemio non rinunciò alla Gallia dopo il fallimento dell’operazione di Riothamus. Una nuova offensiva fu organizzata e affidata al figlio Antemiolo, che guidò le forze imperiali contro Eurico.

Nel 471 l’esercito romano subì però una grave sconfitta nella Gallia meridionale, nell’area del Rodano. Antemiolo morì insieme a diversi comandanti imperiali. La perdita aveva un duplice significato. Sul piano militare dimostrava la crescente incapacità dell’Impero di imporre la propria autorità nella regione; sul piano dinastico privava Antemio di un figlio direttamente impegnato nel progetto di restaurazione.

Dopo i fallimenti contro Vandali e Visigoti, la capacità dell’Impero occidentale di condurre grandi campagne autonome risultava ulteriormente ridotta. Non sarebbe tuttavia corretto affermare in senso assoluto che la sovranità imperiale fosse ormai limitata soltanto all’Italia. Sopravvivevano infatti territori e autorità romane in Gallia e in Dalmazia, anche se il controllo esercitato dal governo centrale era frammentario e sempre più difficile da trasformare in un effettivo dominio territoriale.

I rapporti con l’aristocrazia gallo romana

Antemio comprese che la sopravvivenza dell’autorità imperiale non dipendeva soltanto dagli eserciti. Era necessario mantenere il consenso delle aristocrazie provinciali ancora legate alla tradizione romana. Per questa ragione l’imperatore cercò di coinvolgere nell’amministrazione personalità provenienti sia dall’Italia sia dalla Gallia.

Particolarmente significativo fu il rapporto con Sidonio Apollinare, poeta, aristocratico e futuro vescovo, una delle fonti più importanti per la società gallo romana del V secolo. Il 1º gennaio 468 Sidonio pronunciò a Roma un celebre panegirico in onore di Antemio. Successivamente ricevette la carica di prefetto urbano di Roma.

La promozione di Sidonio aveva un significato politico evidente. Antemio cercava di dimostrare alle élite galliche che la corte imperiale continuava a considerarle parte integrante dell’ordine romano. La strategia puntava quindi a conservare l’unità politica attraverso la distribuzione di cariche, onori e prestigio anche quando il controllo militare delle province diventava sempre più precario.

Antemio e l'aristocrazia romana

Religione, cultura e opposizione politica

Le origini orientali di Antemio contribuirono nello stesso tempo a creare diffidenze in alcuni settori dell’aristocrazia italiana. L’imperatore proveniva da un ambiente culturale greco, aveva rapporti con intellettuali vicini al neoplatonismo e mostrava una certa apertura nei confronti della tradizione culturale classica.

Antemio era formalmente cristiano. Non esistono prove sufficienti per sostenere che praticasse segretamente il paganesimo. Tuttavia, in una società nella quale appartenenza religiosa, cultura e conflitto politico erano strettamente intrecciati, i rapporti con ambienti filosofici non cristiani potevano essere trasformati dagli avversari in un argomento di delegittimazione.

La questione permette di comprendere un aspetto più generale del regno. Antemio era un imperatore orientale chiamato a governare un Occidente dotato di equilibri aristocratici e militari propri. Il prestigio acquisito a Costantinopoli non si traduceva automaticamente in consenso a Roma.

Le alleanze dinastiche con Ricimero e Leone I

Antemio utilizzò anche i matrimoni dinastici come strumenti di stabilizzazione politica. Il matrimonio della figlia Alipia con Ricimero, celebrato nel 467, avrebbe dovuto collegare direttamente l’imperatore all’uomo forte dell’esercito occidentale.

Un ulteriore legame matrimoniale rafforzò i rapporti con la corte orientale. Il figlio di Antemio, Flavio Marciano, sposò Leoncia, figlia dell’imperatore Leone I. Il matrimonio inseriva ancora più profondamente la famiglia di Antemio nella rete dinastica della corte di Costantinopoli.

Queste unioni mostrano quanto la politica del V secolo dipendesse dalla costruzione di rapporti personali e familiari. I matrimoni non erano semplicemente eventi privati, ma strumenti attraverso i quali si cercava di trasformare alleati potenzialmente instabili in membri della stessa rete dinastica. Nel caso di Ricimero, tuttavia, il vincolo familiare non fu sufficiente a eliminare il conflitto politico.

La progressiva rottura con Ricimero

Il rapporto fra Antemio e Ricimero si deteriorò progressivamente dopo i fallimenti militari. Il problema non derivava soltanto dalle sconfitte. Alla base dello scontro esistevano concezioni incompatibili dell’autorità.

Ricimero aveva esercitato per anni un ruolo decisivo nella scelta e nella caduta degli imperatori occidentali. Antemio, al contrario, possedeva prestigio dinastico, esperienza militare e il sostegno iniziale di Costantinopoli. Un imperatore con queste caratteristiche aveva maggiori possibilità di sottrarsi alla tutela del generale.

La crisi divenne particolarmente grave intorno al 470, quando Antemio fece mettere a morte Romano, importante personaggio politico vicino a Ricimero. Romano fu accusato di complottare contro l’imperatore e di aspirare al trono. Qualunque fosse la reale consistenza della congiura, l’esecuzione venne interpretata da Ricimero come un attacco diretto alla propria rete politica.

Ricimero lasciò Roma e si trasferì nell’Italia settentrionale insieme alle proprie forze. Per qualche tempo fu raggiunto un compromesso, ma la riconciliazione rimase superficiale. L’Occidente disponeva ormai di due centri di potere rivali: la corte imperiale di Antemio a Roma e l’apparato militare controllato da Ricimero.

I rapporti tra Antemio e Ricimero

Dalla crisi politica alla guerra civile

Nel 472 la rivalità si trasformò in guerra aperta. Ricimero marciò contro Roma e sostenne come imperatore Anicio Olibrio, esponente dell’aristocrazia senatoria romana e personaggio dotato di legami con la dinastia teodosiana e con la famiglia reale vandalica.

La scelta di Olibrio aveva quindi una propria logica politica. Ricimero poteva contrapporre ad Antemio un candidato aristocratico occidentale dotato di prestigiose connessioni dinastiche. Il conflitto non era più una semplice disputa fra un imperatore e un generale, ma una vera guerra civile per il controllo del governo occidentale.

Antemio rimase a Roma con le forze fedeli, mentre Ricimero sottopose la città a un lungo assedio. La guerra civile arrivava nel momento peggiore possibile. Dopo la perdita dell’Africa e le sconfitte in Gallia, le residue risorse militari occidentali venivano impiegate non contro Vandali o Visigoti, ma in uno scontro interno.

l'assedio di Roma

L’assedio di Roma

L’assedio del 472 durò diversi mesi e provocò gravi difficoltà alla popolazione romana, soprattutto per la progressiva scarsità di viveri. Roma non era più la capitale amministrativa permanente dell’Occidente, ma conservava un enorme valore simbolico, politico e aristocratico. La conquista della città avrebbe rappresentato la definitiva sconfitta di Antemio.

L’imperatore confidava nell’arrivo di rinforzi guidati dal generale Bilimero, uno degli ultimi comandanti rimasti fedeli. Le forze di soccorso furono però intercettate e sconfitte da Ricimero; Bilimero morì nello scontro.

La perdita dell’esercito di soccorso privò Antemio dell’ultima concreta possibilità di modificare l’esito della guerra. Nel luglio del 472 le forze di Ricimero riuscirono infine a penetrare nella città e la resistenza imperiale crollò.

La cattura e la morte di Antemio

Antemio tentò di trovare rifugio in una chiesa. Le fonti non concordano sulla localizzazione precisa. Alcune tradizioni collegano l’episodio alla basilica di San Pietro, mentre Giovanni di Antiochia indica la chiesa di San Crisogono, nell’area di Trastevere.

L’imperatore Antemio fu catturato e ucciso l’11 luglio 472. Anche l’identità dell’esecutore materiale varia nelle tradizioni. Alcune fonti attribuiscono genericamente la responsabilità a Ricimero, mentre una versione più specifica indica Gundobado, nipote di Ricimero e futuro re dei Burgundi, come l’uomo che decapitò personalmente Antemio.

La morte dell’imperatore segnò la vittoria di Ricimero, ma non produsse alcuna stabilizzazione duratura. Olibrio rimase imperatore, mentre Ricimero conservò per breve tempo la posizione dominante. Entrambi morirono però nel giro di pochi mesi: Ricimero nell’agosto del 472 e Olibrio nel novembre dello stesso anno.

la morte di Antemio

L'eredità storica del regno di Antemio

Il regno di Antemio non può essere valutato soltanto sulla base dei risultati immediati delle campagne militari, che furono indubbiamente negativi. La spedizione contro i Vandali fallì, l’offensiva contro i Visigoti non arrestò Eurico e il conflitto con Ricimero terminò con una guerra civile e con la morte dell’imperatore. Considerato esclusivamente da questo punto di vista, il regno potrebbe apparire come un altro episodio della crisi terminale dell’Occidente.

Una simile interpretazione sarebbe però incompleta. Antemio rappresentò uno degli ultimi imperatori occidentali a disporre contemporaneamente di un forte prestigio aristocratico, di esperienza militare, di legami dinastici con Costantinopoli e di un progetto politico relativamente ampio. Il governo di Antemio cercò ancora di pensare l’Occidente come una parte dell’Impero romano suscettibile di essere restaurata, non semplicemente come un insieme di territori italiani da difendere.

La grande spedizione del 468 rende particolarmente evidente questa ambizione. Il recupero dell’Africa avrebbe potuto restituire all’Occidente risorse fiscali, cerealicole e strategiche fondamentali. La sconfitta di Capo Bon non fu quindi soltanto un insuccesso militare: eliminò una delle ultime occasioni realistiche per ricostruire su larga scala la potenza occidentale mediante l’intervento congiunto delle due corti.

Anche la politica gallica mostra la stessa impostazione. Antemio non considerava inevitabile l’abbandono della Gallia e cercò sia di opporsi militarmente all’espansione di Eurico sia di mantenere i rapporti con l’aristocrazia gallo romana attraverso uomini come Sidonio Apollinare. La strategia combinava quindi guerra, diplomazia, patronato aristocratico e alleanze dinastiche.

Il limite fondamentale del progetto risiedeva nella sproporzione crescente fra gli obiettivi e le risorse disponibili. L’Impero occidentale aveva bisogno dell’Africa per ricostruire la propria forza finanziaria, ma proprio la debolezza finanziaria rendeva estremamente difficile riconquistare l’Africa senza un massiccio intervento orientale. Doveva difendere la Gallia, ma disponeva di forze insufficienti per contrastare stabilmente Eurico. Aveva bisogno dell’apparato militare di Ricimero, ma il rafforzamento dell’autorità imperiale minacciava inevitabilmente la posizione politica dello stesso Ricimero.

Il regno di Antemio rivela quindi con particolare chiarezza la natura della crisi dell’Occidente romano. Il problema non consisteva semplicemente nella presenza di imperatori incapaci o di generali ambiziosi. Le strutture fiscali, militari e territoriali che avevano sostenuto per secoli il potere imperiale si erano progressivamente ristrette, mentre nuovi regni controllavano ormai province fondamentali. Anche un imperatore relativamente autorevole disponeva di margini d’azione estremamente limitati.

La morte di Antemio nel 472 segnò così il fallimento dell’ultimo grande progetto di collaborazione politica e militare fra Oriente e Occidente finalizzato a una restaurazione sostanziale della potenza occidentale. Costantinopoli non cessò di intervenire negli affari italiani. Nel 474, per esempio, l’imperatore d’Oriente sostenne l’ascesa di Giulio Nepote. Non fu però più organizzata un’operazione paragonabile, per dimensioni e ambizioni, alla spedizione congiunta contro i Vandali del 468.

Quattro anni dopo la morte di Antemio, nel 476, il comandante Odoacre depose Romolo Augusto. La deposizione viene convenzionalmente utilizzata come data della fine dell’Impero romano d’Occidente, anche se l’autorità di Giulio Nepote continuò formalmente a essere riconosciuta da Costantinopoli fino alla morte di quest’ultimo nel 480.

Il fallimento di Antemio assume pertanto un valore storico che supera la vicenda personale dell’imperatore. Nel 467 esisteva ancora la possibilità di concepire una restaurazione occidentale fondata sull’azione coordinata delle risorse orientali e occidentali. Nel 472 quella possibilità era diventata molto più remota. La parabola del regno di Antemio mostra il passaggio da un Impero occidentale ancora impegnato a recuperare Africa e Gallia a un sistema politico ormai incapace di impedire che le residue forze romane si consumassero nella lotta per il controllo dell’Italia. In questa prospettiva, la caduta di Antemio costituisce uno dei passaggi decisivi che conducono alla dissoluzione definitiva dell’autorità imperiale romana in Occidente.

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