
Romolo Augustolo e la fine dell'Impero romano d'Occidente
Romolo Augusto, passato alla storia soprattutto con il diminutivo di Romolo Augustolo (Augustulus, «piccolo Augusto»), fu l'ultimo imperatore romano d'Occidente a governare nominalmente dall'Italia. Il suo regno, iniziato il 31 ottobre 475 e terminato con la deposizione del 4 settembre 476, durò appena dieci mesi e si svolse in una fase di profonda disgregazione politica e militare dell'Impero occidentale. Il soprannome Augustulus alludeva probabilmente alla giovane età del sovrano e poteva contenere anche una sfumatura ironica, contrapponendo la grandezza del titolo di Augustus alla debolezza effettiva del giovane imperatore.
La deposizione di Romolo da parte di Odoacre nel 476 viene tradizionalmente considerata la fine dell'Impero romano d'Occidente e costituisce una delle date convenzionali utilizzate per segnare il passaggio dall'età antica al Medioevo. Questa interpretazione richiede però una precisazione importante. Romolo non era universalmente riconosciuto come imperatore legittimo: la corte di Costantinopoli continuava infatti a considerare Giulio Nepote il legittimo Augusto d'Occidente. Nepote, rifugiatosi in Dalmazia, mantenne formalmente il titolo imperiale fino alla morte nel 480. Il 476 rappresenta quindi soprattutto una cesura istituzionale e simbolica: dopo la deposizione di Romolo non venne insediato in Italia un nuovo imperatore occidentale.
- L'ascesa al trono e il potere di Oreste
- La debole legittimità di Romolo
- La rivolta dell'esercito nel 476
- La deposizione e il problema della fine dell'Impero
- Perché il 476 è considerato la fine dell'Impero romano d'Occidente
- L'esilio di Romolo in Campania
- Il monastero di San Severino
- Gli ultimi anni e la data incerta della morte
- Il significato storico di Romolo Augustolo
L'ascesa al trono e il potere di Oreste
Romolo era figlio di Oreste, un importante ufficiale romano originario della Pannonia. Prima di raggiungere i vertici dell'esercito occidentale, Oreste aveva prestato servizio presso la corte di Attila, re degli Unni, svolgendo funzioni di segretario e diplomatico. L'esperienza maturata presso Attila testimonia quanto, nel V secolo, i confini politici e militari tra mondo romano e popolazioni barbariche fossero ormai molto più permeabili di quanto suggerisca una rigida contrapposizione tra «Romani» e «barbari».
Nel 475, l'imperatore Giulio Nepote nominò Oreste magister militum, affidandogli una delle più importanti cariche militari dell'Occidente. Oreste utilizzò però il controllo dell'esercito per ribellarsi allo stesso imperatore. Marciò su Ravenna, sede della corte imperiale, e costrinse Nepote ad abbandonare l'Italia il 28 agosto 475. L'imperatore deposto trovò rifugio in Dalmazia, territorio dal quale continuò a rivendicare la dignità imperiale.
Oreste non assunse personalmente il titolo di Augusto. Una tradizione interpretativa ha spiegato questa scelta con le sue origini provinciali o con una presunta condizione di «barbaro», ma una simile spiegazione è troppo semplicistica e non può essere considerata certa. Il 31 ottobre 475 Oreste fece invece proclamare imperatore il figlio Romolo Augusto, mantenendo nelle proprie mani il controllo effettivo del governo e dell'esercito.
Anche l'età precisa di Romolo al momento dell'ascesa al trono rimane incerta. Le fonti insistono sulla sua estrema giovinezza, ma non permettono di stabilire con sicurezza che avesse dieci, quattordici o un'altra età precisa. È quindi più corretto limitarsi ad affermare che Romolo era molto giovane e probabilmente ancora minorenne.
Durante il breve regno, il nuovo Augusto esercitò un'autorità prevalentemente nominale. Il potere politico e militare effettivo rimase nelle mani di Oreste, che rappresentava il vero centro del regime instaurato dopo la fuga di Giulio Nepote.

La debole legittimità di Romolo
La posizione istituzionale di Romolo fu fragile fin dall'inizio. La corte imperiale di Costantinopoli non riconobbe il nuovo sovrano come legittimo Augusto d'Occidente e continuò invece a considerare Giulio Nepote il titolare legittimo della dignità imperiale occidentale. La contrapposizione non era puramente formale, perché il riconoscimento dell'imperatore d'Oriente costituiva un elemento importante nella complessa costruzione della legittimità imperiale del V secolo.
Anche sul piano interno Romolo sembra aver avuto un ruolo personale molto limitato. Non sono noti importanti provvedimenti legislativi o riforme direttamente attribuibili al giovane imperatore e la documentazione relativa al suo governo è estremamente scarsa. Romolo appare quindi soprattutto come la figura attraverso la quale Oreste conferì una veste imperiale al proprio controllo dell'Italia.
La debolezza politica dell'imperatore non significa tuttavia che l'apparato statale romano fosse improvvisamente scomparso. Durante il regno continuarono a operare strutture amministrative e istituzioni ereditate dall'Impero e furono coniate monete a nome di Romolo Augusto. La monetazione dimostra la continuità formale della dignità imperiale anche in un momento nel quale il potere effettivo dello Stato occidentale si era drasticamente ridotto.

La rivolta dell'esercito nel 476
La crisi decisiva esplose nel 476 all'interno dell'esercito stanziato in Italia. Le forze militari occidentali dipendevano ormai in misura considerevole da contingenti di origine barbarica. Le fonti ricordano in particolare Eruli, Sciri e Turcilingi, gruppi che prestavano servizio nell'esercito e che chiedevano una sistemazione stabile nella penisola.
La crisi non può essere ridotta semplicemente all'incapacità dello Stato di pagare gli stipendi. Le truppe avanzarono infatti una richiesta politica ed economica più specifica: domandarono a Oreste l'assegnazione di un terzo delle terre italiane. La richiesta probabilmente mirava a ottenere una forma di insediamento permanente paragonabile, almeno in termini generali, alle sistemazioni concesse in altre regioni dell'Occidente romano a gruppi militari germanici.
Oreste rifiutò. La decisione provocò la ribellione delle truppe, che elessero come capo Odoacre, un ufficiale di origine barbarica destinato a diventare il nuovo dominatore dell'Italia. Secondo una ricostruzione proposta dagli studiosi, il padre di Odoacre, Edeko, potrebbe essere identificato con un personaggio attivo alla corte di Attila proprio nel periodo in cui vi operava Oreste. L'identificazione rimane discussa, ma rende evidente la complessità delle reti politiche e militari sviluppatesi intorno all'Impero romano e al mondo unno nella metà del V secolo.
Odoacre guidò la rivolta contro il regime di Oreste. Dopo la presa di Ticinum, l'odierna Pavia, Oreste cercò rifugio verso Placentia, l'attuale Piacenza, ma venne catturato e ucciso il 28 agosto 476. La resistenza proseguì sotto Paolo, fratello di Oreste, che fu a sua volta sconfitto e ucciso nei pressi di Ravenna.
Il 4 settembre 476 Odoacre entrò infine in Ravenna, catturò Romolo Augusto e lo depose. Il regime creato da Oreste meno di un anno prima era definitivamente crollato.

La deposizione e il problema della fine dell'Impero
L'importanza storica della deposizione non dipende soltanto dalla caduta di Romolo, ma soprattutto da ciò che avvenne immediatamente dopo. Odoacre non fece proclamare un nuovo imperatore romano d'Occidente. Proprio questa decisione distingue il 476 da numerose precedenti deposizioni, usurpazioni e sostituzioni di imperatori che avevano caratterizzato la tormentata storia politica del V secolo.
Una delegazione del Senato romano venne inviata a Costantinopoli presso l'imperatore Zenone. Secondo la testimonianza dello storico Malco, i rappresentanti occidentali sostennero che non fosse più necessario mantenere due imperatori distinti e che l'autorità di un solo Augusto fosse sufficiente per governare l'Impero. Le insegne imperiali occidentali furono quindi inviate a Costantinopoli, un gesto dal forte significato politico e simbolico.
La situazione rimase tuttavia più ambigua di quanto possa suggerire la tradizionale formula della "caduta dell'Impero romano". Zenone non riconobbe semplicemente Odoacre come successore degli imperatori occidentali. L'imperatore orientale ricordò infatti che Giulio Nepote era ancora vivo e continuava a rappresentare, dal punto di vista della legittimità costantinopolitana, il vero Augusto d'Occidente.
Odoacre fu proclamato rex dalle proprie truppe e governò l'Italia con una notevole autonomia politica e militare. Nei rapporti con Costantinopoli ebbe importanza anche il titolo di patrizio, ma le testimonianze disponibili non permettono di descrivere il nuovo assetto come una semplice investitura attraverso la quale Zenone avrebbe affidato formalmente l'Italia a Odoacre. Il rapporto fu più complesso, fondato su un equilibrio tra riconoscimento teorico dell'autorità imperiale e autonomia concreta del nuovo sovrano italiano.
Fino alla morte di Giulio Nepote nel 480, Odoacre mantenne almeno formalmente una posizione compatibile con la legittimità dell'imperatore deposto, anche attraverso emissioni monetarie a suo nome. Dopo l'assassinio di Nepote, però, nessun nuovo imperatore romano d'Occidente venne nominato.

Perché il 476 è considerato la fine dell'Impero romano d'Occidente
Il 476 non rappresentò la scomparsa improvvisa della civiltà romana. Amministrazione, aristocrazia senatoria, diritto, strutture fiscali, città, cultura latina e numerose istituzioni continuarono a esistere sotto Odoacre e successivamente sotto gli Ostrogoti. Per molti abitanti dell'Italia, il cambiamento dovette apparire assai meno netto di quanto suggerisca la periodizzazione utilizzata nei manuali moderni.
La vera cesura fu soprattutto politico istituzionale. Per secoli l'Italia aveva ospitato, direttamente o indirettamente, il vertice del potere imperiale romano. Dopo Romolo Augustolo non venne più proclamato un Augusto occidentale residente nella penisola. Il potere passò a un rex militare che riconosceva formalmente la superiorità dell'imperatore di Costantinopoli ma governava autonomamente l'Italia.
Per questa ragione il 476 funziona soprattutto come una data convenzionale. Le epoche storiche non terminano in un giorno preciso come un regno o un mandato politico. La trasformazione del mondo romano fu un processo lungo, iniziato molto prima della deposizione di Romolo e proseguito molto dopo. Il 476 costituisce però un simbolo particolarmente efficace perché concentra in un singolo evento una trasformazione istituzionale ormai maturata da tempo.
L'esilio di Romolo in Campania
Odoacre riservò a Romolo un trattamento molto diverso da quello inflitto a Oreste e Paolo. Il giovane imperatore non venne ucciso. Secondo l'Anonymus Valesianus, Odoacre decise di risparmiarlo in considerazione della sua giovinezza e bellezza e gli concesse una rendita annua di 6.000 solidi, una somma considerevole, compatibile con il tenore di vita di un membro dell'alta aristocrazia.
Romolo venne quindi trasferito insieme alla famiglia in Campania, nel Castellum Lucullanum, sorto nell'area dell'antica villa di Lucullo presso Napoli e tradizionalmente collegato alla zona dell'attuale Castel dell'Ovo. La deposizione non comportò dunque necessariamente una condizione di prigionia particolarmente dura: l'ex imperatore sembra piuttosto essere stato allontanato dalla vita politica e mantenuto in una forma di ritiro aristocratico sorvegliato.
Il destino personale di Romolo produce così un singolare contrasto con il significato attribuito successivamente alla sua deposizione. Un avvenimento trasformato dalla storiografia in uno dei grandi spartiacque della storia europea terminò, per il protagonista nominale, non con un'esecuzione o una battaglia finale, ma con il trasferimento in una residenza campana.

Il monastero di San Severino
Negli anni successivi, presso il Castellum Lucullanum si sviluppò un'importante comunità monastica collegata alla memoria di san Severino di Norico, le cui reliquie furono trasferite in Italia alla fine del V secolo.
È stata avanzata l'ipotesi che Romolo possa aver partecipato alla fondazione o allo sviluppo della comunità monastica, ma le testimonianze disponibili non permettono di trasformare questa possibilità in una certezza storica. La prudenza è particolarmente necessaria perché le informazioni sulla vita dell'ex imperatore dopo il 476 sono estremamente frammentarie.
Le fonti ricordano inoltre una nobildonna romana chiamata Barbaria, collegata al Castellum Lucullanum. Alcuni studiosi hanno proposto di identificare Barbaria con la madre di Romolo Augustolo, ma anche questa identificazione rimane ipotetica e non può essere presentata come un dato acquisito.

Gli ultimi anni e la data incerta della morte
La data della morte di Romolo Augustolo è sconosciuta. Dopo la deposizione, l'ex imperatore scompare quasi completamente dalla documentazione, circostanza che rende impossibile ricostruire con sicurezza la durata della sua permanenza in Campania.
Un possibile indizio proviene dalle Variae di Cassiodoro, raccolta che conserva una lettera risalente al regno ostrogoto di Teodorico il Grande e indirizzata a un certo Romulus. Il documento riguarda una concessione economica destinata al personaggio e a sua madre. Alcuni studiosi hanno proposto di identificare questo Romulus con l'ex imperatore.
Se l'identificazione fosse corretta, Romolo Augustolo sarebbe stato ancora vivo all'inizio del VI secolo, diversi decenni dopo la deposizione. La conclusione rimane tuttavia incerta, perché la lettera non identifica esplicitamente il destinatario come l'ex Augusto e il nome Romulus, da solo, non costituisce una prova sufficiente.
La ricostruzione più prudente deve quindi fermarsi a ciò che le fonti permettono effettivamente di affermare: Romolo sopravvisse alla deposizione e venne trasferito in Campania, ma la durata della sua vita successiva e la data della morte rimangono sconosciute.
Il significato storico di Romolo Augustolo
Romolo Augustolo occupa un posto eccezionale nella memoria storica soprattutto per ciò che il suo regno rappresentò, più che per ciò che il giovane imperatore riuscì personalmente a compiere. Romolo non provocò la crisi dell'Impero occidentale e non ebbe il tempo né probabilmente l'autorità necessaria per determinarne il destino. Il crollo del governo imperiale in Occidente fu il risultato di trasformazioni politiche, fiscali, militari e territoriali maturate nel corso di molti decenni.
Anche la definizione di Romolo come «ultimo imperatore romano d'Occidente» deve quindi essere precisata. Romolo fu l'ultimo imperatore insediato e deposto in Italia, mentre Giulio Nepote rimase fino al 480 il sovrano occidentale riconosciuto come legittimo da Costantinopoli. Le due affermazioni non sono contraddittorie, ma descrivono due diversi criteri di legittimità.
Dopo l'assassinio di Nepote, ucciso nel 480 da alcuni suoi generali, Odoacre intervenne in Dalmazia conquistando la regione. Ovida che ne aveva preso il controllo venne ucciso e la Dalmazia venne integrata nel regno di Odoacre. Nessun nuovo augusto d'occidente venne nominato né dall'Italia, né da Costantinopoli.

Il significato del 476 consiste soprattutto nella mancata sostituzione di Romolo con un nuovo Augusto occidentale. Con Odoacre cambiò la forma del potere esercitato sull'Italia, mentre molte strutture della società romana continuarono a sopravvivere. La «caduta» dell'Impero romano d'Occidente non fu quindi il crollo improvviso di un'intera civiltà, ma un momento particolarmente visibile di una trasformazione molto più lunga.
Proprio per questo la deposizione di Romolo Augustolo conserva una straordinaria forza simbolica. Il 4 settembre 476 non fu percepito necessariamente dai contemporanei come il giorno in cui terminava l'antichità, ma la storiografia successiva trasformò quella data nel punto convenzionale in cui si chiude la storia dell'Impero romano d'Occidente e si apre, nella tradizionale periodizzazione europea, il Medioevo.

