
Flavio Gioviano (363-364 d.C.)
L'ascesa al trono dopo la morte di Giuliano
Flavio Gioviano fu imperatore romano dal 363 al 364 d.C. e il suo regno, durato appena sette mesi, rappresentò un momento di svolta nella storia dell'Impero romano. Con la sua elezione terminò definitivamente la dinastia costantiniana e si concluse il tentativo di restaurazione del paganesimo promosso da Giuliano l'Apostata. Nonostante la brevità del governo, le decisioni assunte da Gioviano ebbero conseguenze durature sia sul piano politico sia su quello religioso.
Gioviano nacque nel 331 d.C. a Singidunum, l'odierna Belgrado. Il padre, Varroniano, ricopriva l'importante incarico di comandante della guardia del corpo dell'imperatore Costanzo II, circostanza che favorì l'ingresso del giovane nella carriera militare. Gioviano prestò servizio nel corpo scelto della guardia imperiale, distinguendosi come ufficiale esperto. Nel 361 ricevette l'incarico di accompagnare le spoglie dell'imperatore Costanzo II fino alla Chiesa dei Santi Apostoli di Costantinopoli, un compito che dimostrava la fiducia riposta nei suoi confronti.
L'ascesa al trono avvenne durante una delle situazioni più drammatiche vissute dall'esercito romano. Nel 363 l'imperatore Giuliano, ricordato come Giuliano l'Apostata per il tentativo di restaurare il culto tradizionale pagano, aveva condotto una grande spedizione militare contro il potente Impero sasanide. Durante la campagna, il 26 giugno 363, Giuliano fu mortalmente ferito nella battaglia di Samarra senza aver designato un successore.
Dopo la morte dell'imperatore, il prefetto del pretorio Salustio rifiutò la corona imperiale. L'esercito romano, isolato in territorio nemico, privo di rifornimenti e continuamente attaccato dai Persiani, aveva bisogno di una guida immediata. Le legioni orientali acclamarono quindi imperatore Gioviano, che fino a quel momento era uno dei generali e ufficiali veterani della guardia imperiale (Scholae). L'inizio dell'impero di Gioviano, dunque, fu determinato da un'autentica situazione di emergenza militare.

La difficile pace con il regno dei Sasanidi
La prima e più urgente questione affrontata dal nuovo imperatore riguardava la sopravvivenza dell'esercito romano. Le truppe si trovavano in territorio persiano, impossibilitate ad attraversare il fiume Tigri e continuamente minacciate dalle forze del re sasanide Shapur II.
Consapevole dell'impossibilità di proseguire la guerra e della necessità di salvare l'esercito dall'annientamento, Gioviano decise di avviare trattative di pace con il sovrano persiano. La scelta consentì ai soldati romani di rientrare entro i confini imperiali, ma comportò condizioni estremamente pesanti per Roma.
Il trattato stabiliva una tregua di trent'anni e imponeva all'Impero romano la cessione di cinque province orientali: Arzamena, Moxoeona, Azbdicena, Rehimena e Corduena. Roma fu inoltre costretta ad abbandonare alcune delle sue più importanti fortezze di frontiera, tra cui Nisibi, Singara e Castra Maurorum, capisaldi fondamentali per la difesa della Mesopotamia.
L'accordo prevedeva anche la rinuncia agli interessi romani nel Regno di Armenia. Gioviano promise infatti che Roma non avrebbe più sostenuto il re Arsace II contro le pressioni persiane. In termini politici e strategici questo significava lasciare l'Armenia nella sfera d'influenza sasanide e perdere gran parte dell'influenza romana nella regione.
Nella memoria degli storici contemporanei e dell'opinione pubblica dell'epoca, il trattato fu considerato una delle più umilianti sconfitte diplomatiche della storia imperiale. In sintesi, la pace prevedeva la consegna ai Persiani di vaste aree della Mesopotamia e dell'Armenia e sanciva un evidente ridimensionamento del prestigio romano in Oriente.
Il ritorno del Cristianesimo come religione favorita dell'Impero
Se sul piano militare Gioviano fu costretto ad accettare un compromesso molto gravoso, sul piano religioso il nuovo imperatore impresse una svolta decisiva.
A differenza di Giuliano, che aveva cercato di rilanciare il paganesimo tradizionale, Gioviano professava la fede cristiana. Una delle prime decisioni fu l'abrogazione dei decreti emanati dal predecessore contro i cristiani e il ripristino dei privilegi che erano stati concessi alla comunità cristiana sotto gli imperatori precedenti.
Il nuovo sovrano restaurò il labarum, lo stendardo militare recante il monogramma di Cristo introdotto da Costantino, come insegna ufficiale dell'esercito romano. Questo gesto possedeva un forte valore simbolico, poiché sanciva il ritorno del Cristianesimo come religione favorita dello Stato.
Pur sostenendo apertamente l'ortodossia nicena, Gioviano adottò una politica improntata al pragmatismo e alla tolleranza. L'imperatore non promosse persecuzioni sistematiche contro i pagani né contro gli ariani, ma emanò un editto che garantiva la libertà di coscienza ai sudditi dell'Impero. Vennero proibite soltanto le pratiche considerate pericolose per l'ordine pubblico, come la magia e la divinazione.
Ad Edessa restituì inoltre alle comunità cristiane i beni confiscati da Giuliano e assegnati ai templi pagani, ristabilendo la situazione precedente. Tra i provvedimenti più significativi rientrò anche il pieno reintegro del vescovo Atanasio di Alessandria, uno dei principali difensori della dottrina nicena, che poté rientrare definitivamente nella propria sede episcopale dopo il periodo di esilio.

Le tensioni interne e il ritorno dalla Persia
Il rientro dell'esercito romano non fu accompagnato da un clima di entusiasmo. Al contrario, le pesanti concessioni territoriali suscitarono un forte malcontento tra la popolazione.
Quando Gioviano giunse ad Antiochia, nell'ottobre del 363, fu accolto da manifestazioni di ostilità. Numerosi cittadini esposero graffiti offensivi e derisero apertamente l'imperatore, ritenuto responsabile dell'umiliante pace conclusa con i Persiani e della perdita di importanti territori orientali.
Secondo alcune fonti antiche, tra cui lo storico Eunapio, durante il soggiorno ad Antiochia Gioviano avrebbe ordinato l'incendio della celebre Biblioteca di Antiochia, forse su suggerimento della moglie Carito. Questo episodio rimane tuttavia controverso, poiché le testimonianze disponibili non consentono di stabilire con certezza la reale responsabilità dell'imperatore.
Nel dicembre del 363, mentre attraversava Ancira, l'attuale Ankara, Gioviano tentò di rafforzare la propria posizione politica proclamando console il figlio neonato Varroniano. La decisione costituiva un evidente tentativo di avviare una nuova dinastia e di assicurare continuità al proprio potere, nonostante il regno fosse iniziato solo pochi mesi prima.

La morte improvvisa e la successione
Nel febbraio del 364, mentre si dirigeva verso Costantinopoli attraversando la Bitinia dopo il ritorno dalla fallimentare spedizione persiana, Gioviano morì improvvisamente a Dadastana, il 17 febbraio. Aveva soltanto trentatré anni.
Le circostanze della morte non furono mai chiarite con certezza. La spiegazione ritenuta più plausibile dagli storici sostiene che l'imperatore sia morto soffocato dalle esalazioni tossiche prodotte da un braciere acceso nella camera da letto oppure dai vapori emanati dalla vernice fresca delle pareti. Alcune fonti antiche ipotizzarono invece un avvelenamento o addirittura uno strangolamento. Nessuna di queste ipotesi venne però verificata attraverso un'indagine ufficiale e il decesso rimase avvolto nel mistero. Alcune tradizioni storiografiche continuano infatti a ricordare la morte di Gioviano come un possibile caso di avvelenamento.
Il corpo dell'imperatore fu sepolto in un sarcofago di porfido nella Chiesa dei Santi Apostoli di Costantinopoli.

L'eredità politica
La morte di Gioviano pose fine all'ultimo periodo in cui l'Impero romano era stato governato come un'unica entità politica per l'intera durata del regno di un solo imperatore.
Dopo la scomparsa di Gioviano, l'esercito romano proclamò imperatore il comandante delle truppe imperiali Valentiniano, passato alla storia come Valentiniano I. Poco dopo, Valentiniano associò al trono il fratello Valente, affidandogli il governo della parte orientale dell'Impero, mentre Valentiniano mantenne il controllo dell'Occidente. Da quel momento l'amministrazione dell'Impero fu stabilmente divisa tra Oriente e Occidente.
Per consolidare il nuovo assetto politico ed eliminare possibili pretendenti al trono, Valentiniano I e Valente fecero accecare il giovane Varroniano, figlio di Gioviano, impedendo così qualsiasi futura rivendicazione dinastica.
Sebbene il regno di Gioviano sia durato soltanto sette mesi, le decisioni adottate ebbero effetti profondi. La pace con i Sasanidi pose fine alla disastrosa campagna orientale di Giuliano, pur al prezzo di gravi perdite territoriali e di un forte ridimensionamento del prestigio romano. Sul piano religioso, invece, Gioviano restaurò definitivamente il favore imperiale nei confronti del Cristianesimo, annullando la politica religiosa di Giuliano e ponendo le basi della successiva evoluzione religiosa dell'Impero romano.
