
Anarchia militare dell'impero romano ( 192 - 197 )
La fine dell'età degli Antonini e l'inizio della crisi
Il periodo compreso tra la morte dell'imperatore Commodo, avvenuta il 31 dicembre del 192 d.C., e il definitivo consolidamento del potere di Settimio Severo rappresenta una delle fasi più turbolente e decisive della storia dell'Impero romano. Dopo oltre un secolo di relativa stabilità istituzionale, garantita soprattutto dagli imperatori della dinastia degli Antonini, l'Impero fu improvvisamente travolto da una crisi politica e militare che mise in discussione i meccanismi stessi della successione imperiale.
L'assassinio di Commodo, organizzato da esponenti dell'aristocrazia senatoria insieme al prefetto del pretorio e ad altri congiurati, pose fine a un principato caratterizzato da crescenti tensioni politiche e da un progressivo deterioramento dei rapporti tra l'imperatore e le élite tradizionali dello Stato romano. Con la scomparsa di Commodo si aprì immediatamente una lotta per il potere che coinvolse il Senato, la guardia pretoriana e gli eserciti provinciali.
La situazione ricordava da vicino quella verificatasi nel 69 d.C., il celebre "anno dei quattro imperatori", quando diversi pretendenti si erano contesi il controllo dell'Impero dopo la morte di Nerone. Anche nel 193 d.C., infatti, la forza militare si rivelò il principale strumento di legittimazione politica, mentre il ruolo delle istituzioni tradizionali risultò sempre più marginale.
Il principato di Pertinace
Il giorno successivo all'assassinio di Commodo, il 1° gennaio del 193 d.C., il Senato affidò il principato a Publio Elvio Pertinace, generale di grande esperienza, prefetto della città di Roma e già compagno d'armi di Marco Aurelio.
L'elezione di Pertinace fu accolta favorevolmente dagli ambienti senatori. Anche la guardia pretoriana lo acclamò inizialmente imperatore, consentendo una successione apparentemente ordinata. Una volta salito al potere, Pertinace cercò di restaurare la disciplina amministrativa e finanziaria dello Stato. Il nuovo imperatore avviò un programma di risanamento delle finanze pubbliche, compromesse dagli eccessi della precedente amministrazione, e tentò di riportare sobrietà e rigore nella gestione dell'Impero.
L'atteggiamento di Pertinace fu caratterizzato da una forte attenzione nei confronti del Senato romano e dalla volontà di ristabilire un equilibrio politico fondato sulla collaborazione tra il principe e l'aristocrazia senatoria. Tuttavia, questa linea politica non incontrò il favore della guardia pretoriana.
I pretoriani erano infatti abituati a ricevere consistenti donativi in occasione dell'ascesa di un nuovo imperatore e guardavano con ostilità alle misure di austerità introdotte dal nuovo sovrano. Il malcontento aumentò rapidamente fino a trasformarsi in aperta ribellione. Dopo meno di tre mesi di regno, il 28 marzo del 193 d.C., Pertinace fu assassinato dai pretoriani all'interno del palazzo imperiale.
La morte di Pertinace dimostrò in modo drammatico quanto il potere militare fosse ormai diventato determinante nella vita politica romana e quanto fragile fosse l'autorità di un imperatore privo dell'appoggio delle forze armate.

L'asta dell'Impero e il principato di Didio Giuliano
Dopo l'uccisione di Pertinace si verificò uno degli episodi più umilianti e simbolicamente devastanti della storia imperiale romana. La guardia pretoriana, consapevole del proprio potere, decise di mettere il trono imperiale all'asta, offrendo il titolo di imperatore a chi fosse disposto a garantire il compenso più elevato.
Alla competizione parteciparono principalmente Flavio Sulpiciano, suocero dello stesso Pertinace, e il ricchissimo senatore Didio Giuliano. La vittoria arrise a Didio Giuliano, che promise ai pretoriani una ricompensa di 25.000 sesterzi per ciascun soldato.
Il Senato, intimidito dalla presenza armata dei pretoriani e privo di reali possibilità di opposizione, riconobbe formalmente la nomina di Didio Giuliano. Tuttavia, il nuovo imperatore non godeva di alcun consenso autentico né presso la popolazione di Roma né presso gli eserciti provinciali.
La compravendita del potere imperiale apparve infatti come una gravissima violazione dei principi tradizionali della legittimità romana. Molti interpretarono l'episodio come il segno evidente della degenerazione delle istituzioni imperiali e della crescente subordinazione dello Stato agli interessi delle forze armate.
Il regno di Didio Giuliano fu estremamente breve. Privo di una base militare autonoma e osteggiato da gran parte dell'Impero, il nuovo sovrano non riuscì mai a consolidare la propria posizione. Dopo appena sessantasei giorni di governo, venne abbandonato dai sostenitori e condannato a morte. Il 1° giugno del 193 d.C., mentre Settimio Severo avanzava verso Roma con il proprio esercito, Didio Giuliano fu ucciso da sicari inviati dal Senato.

Il periodo dei quattro imperatori e la nuova guerra civile
La nomina di Didio Giuliano fu riconosciuta soltanto dal Senato e dalla guardia pretoriana. Le legioni stanziate nelle province rifiutarono invece di accettare la scelta imposta dai pretoriani. La reazione fu immediata. In diverse regioni dell'Impero gli eserciti proclamarono propri candidati al trono, dando origine a una nuova guerra civile.
- In Britannia le legioni acclamarono imperatore Clodio Albino, governatore della provincia e comandante molto stimato dalle truppe locali.
- In Siria le legioni orientali sostennero Pescennio Nigro, figura autorevole che godeva di ampio prestigio nelle province orientali.
- Nell'Illirico e nelle regioni danubiane venne invece proclamato imperatore Settimio Severo, governatore della Pannonia Superiore e comandante di alcune delle legioni più efficienti dell'Impero.
Nessuno dei pretendenti era disposto a rinunciare alle proprie ambizioni. La crisi degenerò quindi in una guerra civile che coinvolse gran parte del mondo romano e che avrebbe deciso non soltanto il nome del futuro imperatore, ma anche gli equilibri politici dell'Impero per i decenni successivi.

La strategia politica e militare di Settimio Severo
Tra i vari contendenti, Settimio Severo dimostrò fin dall'inizio una straordinaria capacità politica e militare. Comprendendo l'importanza della rapidità d'azione, il governatore della Pannonia Superiore mosse immediatamente verso l'Italia alla guida delle proprie legioni.
L'avanzata fu così veloce e determinata da provocare il crollo del regime di Didio Giuliano ancora prima dello scontro diretto. Dopo la morte del rivale, Settimio Severo entrò trionfalmente a Roma nel giugno del 193 d.C. e ottenne il riconoscimento ufficiale della propria autorità.
Una delle prime decisioni del nuovo imperatore riguardò la guardia pretoriana. Considerando i pretoriani responsabili dell'assassinio di Pertinace e della degradante vendita del trono imperiale, Settimio Severo sciolse l'intero corpo dei pretoriani. La vecchia guardia, composta prevalentemente da elementi italici, fu sostituita con soldati scelti provenienti dalle legioni provinciali fedeli al nuovo sovrano.
Questa decisione ebbe un enorme significato politico. Per la prima volta il centro del potere militare dell'Impero si spostava in maniera evidente dall'Italia alle province, segnando un cambiamento destinato a caratterizzare tutto il III secolo.

La sconfitta di Pescennio Nigro e Clodio Albino
Dopo essersi assicurato il controllo di Roma, Settimio Severo dovette eliminare gli altri pretendenti ancora in vita.
In una prima fase Settimio Severo concesse a Clodio Albino il titolo di Cesare, che implicava il riconoscimento come possibile successore. In questo modo cercò di neutralizzare un rivale ed evitò di combattere su due fronti. Grazie a questa mossa diplomatica Settimio Severo poté concentrare tutte le proprie forze contro Pescennio Nigro.
La campagna orientale si concluse nel 194 d.C. con la completa sconfitta di Pescennio Nigro e delle legioni che sostenevano il governatore siriano. Eliminata la minaccia orientale, Settimio Severo rivolse la propria attenzione all'Occidente.

Nel frattempo Clodio Albino aveva abbandonato ogni prudenza e si era proclamato Augusto, rivendicando apertamente il titolo imperiale. Lo scontro decisivo avvenne nel 197 d.C. presso Lugdunum, l'attuale Lione. La battaglia di Lione fu uno dei più grandi conflitti interni della storia romana e si concluse con la schiacciante vittoria di Settimio Severo su Clodio Albino che, per non cadere nelle mani del nemico, si toglie la vita. Ogni resistenza organizzata venne definitivamente annientata.

La nascita della dinastia dei Severi e il nuovo volto dell'Impero
Con la morte di Clodio Albino nel 197 d.C., Settimio Severo rimase l'unico padrone dell'Impero romano. La lunga guerra civile, iniziata nel 193 d.C., giungeva finalmente al termine dopo cinque anni di conflitti.
L'ascesa di Settimio Severo inaugurò la cosiddetta dinastia dei Severi e aprì una nuova fase della storia imperiale. Sebbene l'Impero ritrovasse una sostanziale stabilità politica, l'antico equilibrio istituzionale elaborato da Augusto risultava ormai definitivamente compromesso.
Il nuovo sovrano governò attraverso un forte accentramento del potere nelle mani dell'imperatore e dell'esercito. Numerosi senatori ostili furono condannati a morte, mentre il Senato vide progressivamente ridursi le proprie competenze politiche. La centralità dell'aristocrazia senatoria lasciò il posto alla crescente influenza dei comandanti militari e delle legioni provinciali.

Per questo motivo Settimio Severo viene spesso considerato il primo grande imperatore militare del III secolo. Con il principato di Settimio Severo si affermò una forma di governo fondata sull'autocrazia militare, nella quale la fedeltà dell'esercito divenne il principale fondamento dell'autorità imperiale.
La crisi del 193 d.C. rappresentò quindi molto più di una semplice lotta per la successione. La crisi segnò una trasformazione profonda della struttura politica romana: il declino dell'influenza del Senato, la perdita della centralità dell'Italia e l'ascesa degli eserciti provinciali come autentici arbitri del potere imperiale. Da quel momento in avanti, la storia di Roma sarebbe stata sempre più condizionata dalla forza delle legioni e dalla capacità degli imperatori di controllarle.
