
Avito
Eparchio Avito, in latino Eparchius Avitus, morto tra il 456 e il 457 d.C., fu imperatore romano d'Occidente dal luglio 455 all'ottobre 456. Esponente dell'alta aristocrazia gallo romana dell'Alvernia, raggiunse il trono in una delle fasi più critiche della storia dell'Impero occidentale, grazie soprattutto al sostegno dell'aristocrazia della Gallia e all'appoggio politico e militare dei Visigoti.
Il breve regno di Avito rappresentò il tentativo di riportare la Gallia al centro degli equilibri politici dell'Impero romano d'Occidente. Dopo l'assassinio di Valentiniano III e il sacco di Roma del 455 compiuto dai vandali l'autorità imperiale appariva profondamente indebolita e il governo centrale disponeva di risorse sempre più limitate. In questo contesto Avito cercò di costruire un nuovo equilibrio fondato sulla collaborazione tra l'aristocrazia gallo romana, il governo imperiale e i regni federati, in particolare quello visigoto. Proprio la forte caratterizzazione gallica del nuovo regime, tuttavia, contribuì ad alimentare l'ostilità di importanti settori dell'aristocrazia italica e rese precaria la posizione dell'imperatore a Roma.
Origini e carriera politica
Avito nacque probabilmente tra la fine del IV e l'inizio del V secolo in Alvernia, nella regione dell'odierna Clermont Ferrand, all'interno di una delle più prestigiose famiglie dell'aristocrazia gallo romana. L'appartenenza a questo ambiente sociale garantiva accesso alle grandi reti politiche e amministrative dell'Impero e consentì ad Avito di sviluppare una carriera nella quale attività politica, diplomazia e comando militare risultarono strettamente intrecciati.
Già in gioventù Avito intervenne presso il generale Costanzo, futuro imperatore Costanzo III, allo scopo di ottenere una riduzione del carico fiscale imposto alla propria regione. L'episodio mostra precocemente una caratteristica destinata a rimanere centrale nella carriera di Avito: la capacità di agire come intermediario tra gli interessi dell'aristocrazia provinciale gallica e il potere centrale.
Particolarmente importanti furono i rapporti sviluppati con i Visigoti stanziati nella Gallia sud occidentale. Le fonti, soprattutto Sidonio Apollinare, genero di Avito e principale testimone letterario della sua carriera, insistono sulla familiarità dell'aristocratico gallo romano con la corte visigota e sull'influenza culturale e politica esercitata sul giovane Teodorico II. Questi legami avevano un'importanza che andava ben oltre la sfera personale. Nel V secolo il governo imperiale occidentale dipendeva sempre più dalla capacità di negoziare con gruppi militari e regni federati che, pur riconoscendo formalmente l'autorità romana, disponevano ormai di un'ampia autonomia.
Avito entrò successivamente al servizio del potente generale Flavio Ezio e ricoprì importanti incarichi militari e amministrativi in Gallia. La posizione raggiunta emerge con particolare evidenza nel 451, durante la crisi provocata dall'invasione degli Unni di Attila. In quella circostanza Avito svolse soprattutto una funzione diplomatica, contribuendo, grazie ai rapporti con la corte visigota, a ottenere la partecipazione del re Teodorico I alla coalizione organizzata da Ezio.
Le forze romane e i loro alleati affrontarono quindi l'esercito di Attila nella battaglia dei Campi Catalaunici. Il contributo personale di Avito allo scontro non può essere ricostruito con sicurezza e non esistono elementi sufficienti per affermare che abbia combattuto direttamente nella battaglia. Il ruolo meglio documentato rimane quello diplomatico, fondamentale perché la partecipazione visigota costituì una componente decisiva della coalizione organizzata contro gli Unni.
Dopo avere ricoperto importanti incarichi pubblici, Avito si ritirò per qualche tempo nelle proprietà familiari dell'Alvernia. Il ritiro non determinò però una definitiva uscita dalla vita politica. Le relazioni costruite durante la carriera rendevano Avito una figura particolarmente utile in un'epoca nella quale la capacità di negoziare con le aristocrazie provinciali e con i sovrani germanici era diventata indispensabile per il governo dell'Occidente.

La crisi del 455 e l'ascesa al trono
La situazione politica dell'Impero romano d'Occidente cambiò radicalmente nel 455. Il 16 marzo l'imperatore Valentiniano III fu assassinato, ponendo fine alla dinastia teodosiana in Occidente. Il senatore Petronio Massimo riuscì quindi a impadronirsi del trono, ma il nuovo regime si dimostrò estremamente fragile.
Petronio Massimo richiamò Avito alla vita pubblica, gli affidò un importante comando militare e lo inviò presso i Visigoti per consolidare l'alleanza con Teodorico II. La missione assumeva particolare importanza perché il governo occidentale doveva fronteggiare la crescente minaccia del regno vandalo di Genserico, ormai saldamente insediato nell'Africa settentrionale e dotato di una considerevole capacità navale.
Mentre Avito si trovava in Gallia, il governo di Petronio Massimo crollò. Il 31 maggio 455 l'imperatore fu ucciso a Roma mentre cercava di abbandonare la città di fronte all'imminente arrivo dei Vandali. Poco dopo le forze di Genserico entrarono a Roma e sottoposero la capitale a un saccheggio durato circa due settimane. Il sacco dei Vandali non rappresentò soltanto una catastrofe materiale e simbolica, ma rese evidente la grave crisi dell'autorità imperiale e l'incapacità del governo occidentale di proteggere perfino l'antica capitale.
La morte di Petronio Massimo lasciò nuovamente vacante il trono. In questa situazione Avito disponeva di due risorse politiche decisive: il sostegno di una parte considerevole dell'aristocrazia gallo romana e l'appoggio di Teodorico II. Nel luglio 455, probabilmente il 9 o il 10 del mese, Avito fu proclamato imperatore in Gallia.
L'elevazione venne successivamente accettata anche in Italia e nell'autunno del 455 Avito raggiunse Roma. Fin dall'inizio, tuttavia, il nuovo regime presentava una debolezza strutturale. La base politica dell'imperatore si trovava soprattutto in Gallia, mentre il controllo dell'Italia richiedeva il consenso dell'aristocrazia senatoria italica e la disponibilità di forze militari affidabili. La collaborazione con i Visigoti forniva ad Avito una considerevole risorsa militare, ma nello stesso tempo rendeva più evidente la dipendenza del governo imperiale da un regno federato sempre più autonomo.

Il progetto politico e l'opposizione in Italia
Avito cercò di rafforzare la presenza dell'aristocrazia gallo romana nelle strutture di governo dell'Impero. Una simile politica rispondeva alla necessità di integrare maggiormente le élite provinciali della Gallia nell'amministrazione imperiale e rifletteva la stessa rete di rapporti sulla quale si fondava il potere dell'imperatore.
Il progetto incontrò però forti resistenze in Italia. Una parte dell'aristocrazia senatoria guardava con diffidenza un sovrano proveniente dalla Gallia, sostenuto da gruppi aristocratici provinciali e strettamente legato ai Visigoti. Il problema non riguardava semplicemente l'origine geografica di Avito, ma il controllo delle cariche, delle risorse e dell'indirizzo politico dell'Impero. La contrapposizione tra interessi gallici e italici rifletteva quindi una più ampia frammentazione dell'Occidente romano, nel quale le aristocrazie regionali tendevano ormai a sviluppare priorità differenti.
Alle tensioni politiche si aggiungeva una situazione economica estremamente difficile. Roma aveva appena subito il sacco vandalico e il governo disponeva di risorse finanziarie limitate. La perdita di gran parte dell'Africa romana aveva inoltre conseguenze particolarmente gravi. Le province africane avevano rappresentato per lungo tempo una delle principali fonti di entrate fiscali e di approvvigionamento alimentare dell'Occidente. Il controllo vandalo delle coste nordafricane e di importanti rotte del Mediterraneo aggravava quindi sia la crisi finanziaria dello Stato sia le difficoltà di rifornimento della penisola italiana.
Avito doveva contemporaneamente provvedere al mantenimento delle truppe che lo avevano accompagnato in Italia. Quando le risorse disponibili divennero insufficienti, una parte delle forze dovette essere congedata. Secondo la tradizione tramandata dalle fonti, il governo arrivò inoltre a far fondere statue di bronzo per ricavarne metallo da vendere e ottenere denaro. Qualunque sia l'esatta portata di queste misure, le difficoltà finanziarie contribuirono ad accrescere l'impopolarità dell'imperatore nella capitale.
Anche la posizione internazionale del nuovo governo rimaneva incerta. Avito cercò naturalmente di presentarsi come legittimo imperatore dell'Occidente, ma non esistono prove sicure di un pieno e formale riconoscimento da parte dell'imperatore d'Oriente Marciano. In un sistema imperiale nel quale la legittimità continuava idealmente a fondarsi sull'unità dell'Impero romano, il rapporto con Costantinopoli possedeva un'importanza politica considerevole.

La guerra contro i Vandali e l'ascesa di Ricimero
La minaccia più immediata per il governo di Avito proveniva dal regno vandalo dell'Africa settentrionale. Dopo il sacco di Roma, Genserico continuò a utilizzare la propria flotta per condurre operazioni nel Mediterraneo occidentale, mettendo sotto pressione le coste e le comunicazioni marittime dell'Impero.
Nel quadro della guerra contro i Vandali acquistò crescente importanza il generale Ricimero. Nel 456 Ricimero conseguì rilevanti successi militari contro forze vandale, rafforzando notevolmente il proprio prestigio presso l'esercito e negli ambienti politici italiani. Le vittorie avevano un valore che superava il risultato strettamente militare, perché in un Impero sempre più dipendente dai propri comandanti la capacità di controllare forze armate efficienti costituiva una delle principali fonti di potere politico.
Il rafforzamento di Ricimero alterò pertanto gli equilibri sui quali si reggeva il governo di Avito. Il generale disponeva progressivamente degli strumenti necessari per condizionare la politica imperiale e poteva presentarsi come punto di riferimento dell'opposizione al regime. La crescente autorità militare di Ricimero sarebbe diventata una caratteristica fondamentale della politica occidentale nei decenni successivi, durante i quali diversi imperatori avrebbero governato sotto la pressione dei grandi comandanti dell'esercito.

L'intervento visigoto in Hispania
Contemporaneamente alle difficoltà italiane, durante il regno di Avito si sviluppò un'importante campagna nella Penisola Iberica contro gli Svevi. Gli Svevi, insediati soprattutto nella parte nord occidentale della penisola, avevano progressivamente ampliato la propria area di influenza, mettendo in discussione ciò che rimaneva dell'autorità romana in Hispania.
Avito utilizzò l'alleanza con i Visigoti per contrastare questa espansione. Nel 456 Teodorico II condusse un grande esercito visigoto nella Penisola Iberica, formalmente nell'ambito dell'autorità imperiale. La spedizione mostra con particolare chiarezza il nuovo funzionamento del potere romano in Occidente: il governo imperiale continuava a rivendicare una sovranità generale, ma l'applicazione concreta di tale autorità dipendeva sempre più dalle forze militari dei regni federati.
L'esercito svevo subì una grave sconfitta nella battaglia combattuta presso il fiume Órbigo, nei pressi di Astorga. Il re svevo Rechiario fu successivamente catturato e ucciso. La campagna indebolì profondamente il regno svevo e pose fine alla fase di maggiore espansione raggiunta sotto Rechiario.
Il successo conteneva tuttavia una contraddizione fondamentale. La vittoria poteva essere interpretata formalmente come un'affermazione dell'autorità imperiale, poiché Teodorico II aveva agito come alleato di Avito contro un potere considerato ostile. Sul piano concreto, però, la campagna rafforzò enormemente la presenza militare e politica dei Visigoti in Hispania. Il governo romano aveva quindi ottenuto un risultato immediato contro gli Svevi al prezzo di un ulteriore aumento dell'autonomia di un altro regno germanico.
Questa dinamica costituisce uno degli aspetti più significativi del regno di Avito. L'Impero occidentale disponeva ormai di risorse militari insufficienti per controllare direttamente territori molto estesi e doveva ricorrere ai federati. Ogni intervento affidato a questi alleati poteva temporaneamente preservare gli interessi romani, ma nello stesso tempo accresceva la forza dei sovrani ai quali il governo imperiale era costretto ad affidarsi.
La crisi del regime e la deposizione
Nel corso del 456 la posizione di Avito si deteriorò rapidamente. Le difficoltà finanziarie, l'ostilità di una parte dell'aristocrazia italica e la crescente influenza dei comandanti militari ridussero progressivamente il margine d'azione dell'imperatore. L'opposizione trovò due figure di particolare rilievo, i generali Ricimero e Maggioriano.
Avito si trovò inoltre privo di una parte significativa delle forze sulle quali aveva inizialmente fondato il proprio potere. Il sostegno visigoto non poteva essere impiegato liberamente in Italia, soprattutto mentre Teodorico II era impegnato nella campagna iberica. Di fronte al progressivo isolamento, Avito cercò quindi di tornare verso la Gallia, dove sperava di poter raccogliere nuovi sostenitori e ricostituire una forza militare sufficiente a difendere il proprio regime.
La crisi politica si trasformò così in un conflitto aperto. Avito tornò nell'Italia settentrionale con le truppe che era riuscito a radunare, ma nell'ottobre del 456 venne affrontato dall'esercito guidato da Ricimero. Lo scontro decisivo ebbe luogo nei pressi di Piacenza il 17 o il 18 ottobre. Le forze imperiali furono sconfitte da Ricimero e Avito fu costretto ad abbandonare il potere.
Ricimero inizialmente risparmiò la vita dell'imperatore deposto. Avito venne consacrato vescovo di Piacenza, una soluzione che aveva un evidente significato politico: l'ingresso nell'episcopato rendeva incompatibile un ritorno alla dignità imperiale e sanciva formalmente l'esclusione di Avito dalla competizione per il trono.
Dopo la deposizione di Avito il trono occidentale rimase temporaneamente vacante. Finché nel 457 Maggioriano raggiunse il trono dell'Occidente, sostenuto da Ricimero e inserito in un nuovo equilibrio politico che coinvolgeva anche l'imperatore d'Oriente Leone I.
La morte di Avito
Gli avvenimenti successivi alla deposizione sono scarsamente documentati e le fonti tramandano versioni differenti. Secondo una tradizione, Avito, temendo per la propria sicurezza, cercò di lasciare l'Italia per raggiungere nuovamente la Gallia. La morte sarebbe avvenuta durante il viaggio, probabilmente tra la fine del 456 e il 457.
Altre tradizioni attribuiscono invece la morte agli avversari politici dell'ex imperatore. La documentazione disponibile non consente però di stabilire con certezza né le circostanze né la causa della fine di Avito. Secondo la tradizione, il corpo fu infine trasportato a Brioude, in Alvernia, e sepolto presso il santuario di san Giuliano, luogo di particolare importanza religiosa per l'aristocrazia della regione.

La fine del progetto politico di Avito
Il regno di Avito fu breve, ma permette di osservare con particolare chiarezza le trasformazioni strutturali dell'Impero romano d'Occidente nella metà del V secolo. La crisi non consisteva semplicemente nell'indebolimento di singoli imperatori. Stava cambiando il meccanismo stesso attraverso il quale il potere imperiale poteva essere conquistato, esercitato e conservato.
Avito cercò di costruire il proprio governo attraverso l'alleanza tra l'aristocrazia gallo romana e il regno visigoto. Questa strategia consentì l'ascesa al trono, ma non fornì una base sufficientemente solida per governare l'Italia. L'opposizione dell'aristocrazia italica, la debolezza finanziaria dello Stato, la pressione vandalica e l'ascesa di comandanti militari come Ricimero finirono per rendere insostenibile la posizione dell'imperatore.
La vicenda mostra inoltre come la distinzione tradizionale tra autorità romana e poteri germanici fosse diventata sempre meno netta. I Visigoti potevano combattere in nome dell'imperatore e contemporaneamente ampliare la propria autonomia territoriale. I grandi comandanti dell'esercito potevano formalmente servire il sovrano e nello stesso tempo acquisire una forza sufficiente per deporlo. Le aristocrazie provinciali continuavano a riconoscersi nell'ordine romano, ma tendevano sempre più a organizzare la propria azione politica su base regionale.
La caduta di Avito costituisce quindi un episodio significativo della progressiva frammentazione del potere occidentale. Nel V secolo il titolo imperiale conservava ancora un enorme prestigio e una fondamentale funzione di legittimazione, ma il controllo effettivo delle risorse militari, fiscali e territoriali sfuggiva progressivamente al governo centrale. Il destino di Avito mostrò con particolare evidenza che un imperatore d'Occidente non poteva più governare soltanto in virtù della dignità imperiale: la sopravvivenza politica dipendeva dall'equilibrio, sempre instabile, tra esercito, aristocrazie regionali, comandanti militari e regni federati.
