
Genserico, re dei Vandali
Genserico, nato probabilmente intorno al 389 e morto nel 477 d.C., fu re dei Vandali e degli Alani dal 428 fino alla morte e rappresentò una delle figure politiche e militari più importanti del V secolo. Durante un regno durato quasi cinquant’anni, trasformò un insieme di gruppi stanziati nella Penisola Iberica in una potenza territoriale e marittima con centro nell’Africa settentrionale. La conquista delle province africane, il controllo di Cartagine e la progressiva espansione vandala nel Mediterraneo occidentale modificarono profondamente gli equilibri politici dell’epoca e privarono l’Impero Romano d’Occidente di alcune delle province economicamente e fiscalmente più importanti.
La rilevanza storica di Genserico non dipende soltanto dalle conquiste militari. Il sovrano vandalo mostrò una notevole capacità di comprendere e sfruttare le debolezze strutturali dell’Impero romano, intervenendo nei momenti in cui conflitti dinastici, rivalità tra comandanti e difficoltà finanziarie limitavano la capacità di reazione imperiale. Più che attraverso una continua superiorità numerica, il successo vandalo fu costruito mediante mobilità, opportunismo politico, controllo delle risorse africane, capacità navale e un uso efficace della diplomazia.
Lo storico Giordane, che scrisse circa un secolo dopo la morte del sovrano e deve quindi essere utilizzato con cautela, descrive Genserico come un uomo di statura non elevata, zoppo in seguito a una caduta da cavallo, poco incline alle parole e al lusso, ma caratterizzato da grande ambizione e notevole abilità politica. Al di là degli elementi aneddotici, difficili da verificare, dalle fonti emerge effettivamente il profilo di un sovrano energico, pragmatico e spregiudicato, particolarmente abile nell’approfittare delle divisioni dei propri avversari.
- L’ascesa al potere e la situazione nella Penisola Iberica
- L’invasione dell’Africa
- L’assedio di Ippona e la crisi della difesa romana
- Il trattato del 435
- La conquista di Cartagine
- Il trattato del 442 e il consolidamento del regno
- La potenza navale vandala
- La crisi politica del 455
- Il sacco di Roma del 455
- Licinia Eudossia, Eudocia e la politica dinastica
- Il tentativo di riconquista di Maggioriano
- La grande spedizione del 468
- Gli ultimi anni e il riconoscimento del potere vandalo
- La politica religiosa
- La morte e il sistema di successione
- Il significato storico del regno di Genserico
L’ascesa al potere e la situazione nella Penisola Iberica
Genserico divenne re nel 428, dopo la morte del fratellastro Gunderico. In quel momento i Vandali Asdingi e gli Alani si trovavano nella Penisola Iberica, dove diversi gruppi barbarici si erano insediati nei decenni precedenti in un contesto di progressiva disgregazione dell’autorità romana. La loro posizione, tuttavia, rimaneva precaria. La pressione militare dei Visigoti e la competizione con altre forze presenti nella penisola limitavano le possibilità di consolidare un dominio stabile e sufficientemente ricco.
La scelta di rivolgersi verso l’Africa romana deve essere compresa in questo contesto. Le province africane offrivano condizioni assai più favorevoli rispetto alla Penisola Iberica. Erano densamente urbanizzate, possedevano un’agricoltura altamente produttiva e disponevano di città, porti, infrastrutture e reti commerciali sviluppate durante secoli di dominio romano. Il controllo di una parte consistente dell’Africa settentrionale avrebbe quindi fornito ai Vandali una base economica e strategica incomparabilmente più solida.
La decisione di Genserico non fu dunque una semplice prosecuzione delle migrazioni precedenti, ma rappresentò un cambiamento fondamentale nella storia vandala: il centro politico del regno sarebbe stato trasferito dalla periferia occidentale dell’Impero a una delle regioni economicamente più importanti del Mediterraneo.

L’invasione dell’Africa
Nel 429 Genserico guidò Vandali, Alani e altri gruppi al loro seguito attraverso lo stretto di Gibilterra, dando inizio alla conquista dell’Africa settentrionale. Una fonte antica attribuisce alla popolazione trasferita una consistenza di circa 80.000 persone. La cifra è stata spesso utilizzata come ordine di grandezza, ma non deve essere interpretata come il risultato di un censimento preciso. Ancora più difficile è stabilire quanti, all’interno di questo insieme, fossero effettivamente combattenti.
Il trasferimento riguardò infatti non soltanto un esercito, ma una comunità composta anche da donne, bambini, anziani, dipendenti e altri gruppi aggregati. Questo elemento è essenziale per comprendere la natura dell’operazione. Genserico non stava semplicemente organizzando una spedizione militare temporanea: stava trasferendo nell’Africa romana il nucleo umano e politico sul quale costruire un nuovo regno.
Una tradizione attestata nelle fonti sostiene che i Vandali sarebbero stati inizialmente chiamati in Africa dal generale romano Bonifacio, coinvolto in un conflitto con la corte imperiale. Secondo questa ricostruzione, Bonifacio avrebbe cercato l’appoggio vandalo contro i propri avversari e successivamente avrebbe perso il controllo della situazione. L’attendibilità del racconto rimane tuttavia discussa. Le testimonianze disponibili non consentono di stabilire con sicurezza se un vero invito sia mai stato formulato oppure se la tradizione sia nata successivamente per spiegare il sorprendente successo dell’invasione.
Qualunque fosse stata l’origine immediata della spedizione, una volta attraversato lo stretto Genserico agì secondo una strategia autonoma. I Vandali avanzarono rapidamente verso est, sfruttando le difficoltà politiche e militari delle autorità romane e la limitata capacità dell’amministrazione imperiale di concentrare forze sufficienti contro gli invasori.
L’assedio di Ippona e la crisi della difesa romana
Nel 430 l’avanzata vandala raggiunse Ippona, uno dei principali centri della Numidia. La città venne sottoposta a un lungo assedio, durante il quale, il 28 agosto 430, morì Agostino d’Ippona, vescovo della città e uno dei maggiori pensatori del cristianesimo antico.
L’assedio durò circa quattordici mesi. I Vandali non riuscirono inizialmente a ottenere una rapida conquista della città, ma il prolungarsi delle operazioni dimostrò soprattutto l’incapacità romana di ristabilire stabilmente il controllo della regione. Bonifacio affrontò militarmente Genserico, ma venne sconfitto. Successivamente intervennero rinforzi provenienti dall’Impero Romano d’Oriente sotto il comando del generale Aspar, senza che neppure questo intervento riuscisse a eliminare la presenza vandala.
La vicenda mostrava ormai un problema più profondo della semplice perdita di singole città. L’autorità imperiale non disponeva delle risorse militari necessarie per espellere rapidamente Genserico dall’Africa. La presenza vandala, inizialmente interpretabile come un’invasione, stava progressivamente trasformandosi in un insediamento politico permanente.
Il trattato del 435
Di fronte all’impossibilità di ottenere una soluzione militare decisiva, nel 435 il governo romano raggiunse un accordo con Genserico. Il trattato riconobbe di fatto ai Vandali il controllo di una parte dei territori conquistati nell’Africa settentrionale.
Le precise condizioni territoriali e giuridiche dell’accordo rimangono controverse. Le fonti non permettono di ricostruire completamente lo status attribuito ai Vandali né l’esatta estensione delle regioni assegnate. Genserico accettò formalmente una relazione con l’autorità imperiale, ma conservò un’autonomia politica e militare considerevole.
Il compromesso del 435 non risolveva però il conflitto fondamentale tra le due potenze. Le regioni più ricche dell’Africa romana rimanevano ancora fuori dal pieno controllo vandalo e, soprattutto, Cartagine continuava a rappresentare un obiettivo di enorme importanza. Il possesso della città avrebbe fornito a Genserico una capitale prestigiosa, un grande porto e l’accesso diretto alle risorse delle province africane più prospere.

La conquista di Cartagine
Il 19 ottobre 439 Genserico ruppe gli accordi precedenti e occupò Cartagine con un’azione improvvisa. La conquista avvenne apparentemente con una resistenza limitata. Una tradizione riferisce persino che una parte della popolazione fosse impegnata negli spettacoli dell’ippodromo mentre i Vandali entravano nella città. Il dettaglio può avere carattere aneddotico, ma riflette l’impressione lasciata nelle fonti dalla rapidità dell’operazione.
La presa di Cartagine rappresentò la svolta decisiva del regno di Genserico. La città era uno dei maggiori centri urbani del Mediterraneo occidentale e disponeva di infrastrutture portuali, cantieri, reti commerciali e strutture amministrative sviluppate. Il possesso di Cartagine consentì quindi ai Vandali di passare da una potenza territoriale ancora relativamente precaria a un regno dotato di una capitale stabile e delle risorse necessarie per sostenere una politica mediterranea.
Cartagine divenne il centro politico del Regno vandalo. Genserico non distrusse semplicemente le strutture ereditate dal dominio romano, ma utilizzò città, proprietà agricole, sistemi fiscali e infrastrutture esistenti per consolidare il nuovo potere. La capacità di appropriarsi delle risorse dell’Africa romana fu uno dei principali fondamenti della forza vandala.
Il trattato del 442 e il consolidamento del regno
La perdita di Cartagine rappresentava per l’Impero una minaccia gravissima. Il governo romano tentò inizialmente di organizzare una reazione, ma le difficoltà militari e la necessità di affrontare contemporaneamente altre crisi imposero infine una nuova soluzione diplomatica.
Nel 442 fu concluso un secondo accordo con Genserico. Il trattato riconobbe il dominio vandalo sulle regioni più ricche dell’Africa romana, comprendenti l’Africa Proconsolare, la Bizacena e parti della Numidia. Il nuovo assetto trasformava il regno vandalo, nella pratica, in una potenza sostanzialmente indipendente dal governo imperiale.
L’accordo comprendeva anche un importante elemento dinastico. Eudocia, figlia dell’imperatore Valentiniano III, avrebbe dovuto sposare Unerico, figlio di Genserico. Il matrimonio progettato aveva una funzione politica evidente: avrebbe collegato la nuova dinastia vandala alla famiglia imperiale e contribuito a stabilizzare i rapporti tra Cartagine e Ravenna.
Il trattato del 442 segnò quindi un passaggio decisivo. Genserico non era più soltanto il capo di una popolazione insediatasi all’interno dell’Impero, ma il sovrano di uno Stato territoriale capace di negoziare con Roma da una posizione di forza.
La potenza navale vandala
Il controllo di Cartagine e delle coste africane permise a Genserico di sviluppare una significativa capacità navale. Il Mediterraneo non costituiva più una barriera che separava il regno vandalo dai territori romani, ma diventava lo spazio attraverso il quale Cartagine poteva proiettare la propria potenza.
Nel corso dei decenni successivi i Vandali estesero il controllo alla Sardegna e, in forme e periodi differenti, alla Corsica e alle Baleari. Le forze vandale intervennero inoltre ripetutamente in Sicilia e condussero incursioni contro le coste italiane e altre regioni mediterranee. Il controllo delle isole non fu sempre uniforme né incontrastato, e sarebbe improprio immaginare una sorta di dominio assoluto vandalo sull’intero Mediterraneo occidentale. Tuttavia, nessuna ricostruzione del periodo può ignorare il peso raggiunto dalla flotta di Genserico.
La potenza marittima vandala dipendeva direttamente dalla conquista dell’Africa. Cartagine offriva infrastrutture portuali e competenze marittime che una popolazione precedentemente insediata nell’interno della Penisola Iberica non avrebbe potuto sviluppare con la stessa rapidità. Genserico riuscì quindi a incorporare nel proprio sistema di potere le risorse materiali e umane delle province conquistate.
Per l’Impero Romano d’Occidente le conseguenze furono enormi. L’Africa forniva grandi quantità di cereali, olio e altri prodotti agricoli, ma il problema decisivo era soprattutto fiscale. Le province africane garantivano entrate fondamentali per il mantenimento dell’apparato statale e dell’esercito. La loro perdita ridusse quindi non soltanto le disponibilità alimentari, ma anche la capacità del governo imperiale di finanziare truppe e operazioni militari. Si creò così un meccanismo particolarmente pericoloso: la perdita di territori diminuiva le entrate fiscali, la diminuzione delle entrate riduceva la capacità militare e la minore capacità militare rendeva ancora più difficile difendere i territori rimasti.

La crisi politica del 455
Nel 455 una nuova crisi dell’Impero Romano d’Occidente offrì a Genserico l’occasione di intervenire direttamente in Italia. Il 16 marzo 455 l’imperatore Valentiniano III venne assassinato a Roma. La sua morte spezzò un equilibrio politico già estremamente fragile e aprì una nuova lotta per il controllo del potere imperiale.
A Valentiniano III succedette Petronio Massimo, che cercò rapidamente di consolidare la propria posizione. Tra le decisioni adottate vi fu il matrimonio tra il figlio Palladio ed Eudocia, figlia del sovrano assassinato. La scelta aveva conseguenze internazionali, perché Eudocia era stata precedentemente promessa a Unerico, figlio di Genserico, nell’ambito degli accordi conclusi tra Vandali e Romani.
La morte di Valentiniano III e la rottura del progetto matrimoniale offrirono dunque a Genserico un motivo per considerare compromesso il precedente assetto diplomatico. Le ragioni precise della successiva spedizione contro Roma rimangono difficili da ricostruire e non devono essere ridotte alla sola questione matrimoniale. La crisi dinastica fornì però al sovrano vandalo una giustificazione politica e, soprattutto, un’occasione eccezionale per intervenire contro un Impero temporaneamente privo di una leadership stabile.
Il sacco di Roma del 455
Nella primavera del 455 Genserico salpò dall’Africa con una flotta diretta verso l’Italia e raggiunse la zona della foce del Tevere. L’avvicinamento dei Vandali provocò il panico a Roma. Petronio Massimo tentò di abbandonare la città, ma il 31 maggio venne ucciso durante i disordini che accompagnarono il collasso del suo governo.
Il 2 giugno le forze di Genserico entrarono a Roma. Prima dell’ingresso avvenne il celebre incontro tra il sovrano vandalo e papa Leone I. Secondo la tradizione, il pontefice avrebbe ottenuto che la città non fosse incendiata e che la popolazione non fosse sottoposta a un massacro generalizzato. Le condizioni precise dell’incontro non sono però ricostruibili con certezza e le fonti successive contribuirono ad amplificarne il significato.
Il saccheggio durò circa due settimane e fu condotto sistematicamente. Le forze vandale requisirono oro, argento, oggetti preziosi, beni della corte imperiale, proprietà aristocratiche e ricchezze conservate negli edifici pubblici. Secondo le fonti antiche, furono rimossi anche elementi della copertura in bronzo dorato del Tempio di Giove Capitolino.
Roma non subì tuttavia una distruzione generalizzata paragonabile all’immagine evocata successivamente dal termine moderno "vandalismo". L’associazione tra il nome dei Vandali e una distruzione gratuita e indiscriminata nacque molti secoli più tardi e non costituisce una descrizione accurata degli eventi del 455. Il saccheggio fu grave e sistematico, ma mirava soprattutto all’acquisizione di ricchezze, beni e prigionieri.
Numerosi abitanti furono infatti catturati e deportati in Africa. Il sacco rappresentò quindi un episodio traumatico non soltanto per le perdite materiali, ma anche per la deportazione di una parte della popolazione e per il significato politico dell’evento. Una potenza sorta all’interno degli antichi territori imperiali era ormai in grado di raggiungere Roma, occupare la città e ritirarsi senza che il governo occidentale disponesse delle forze necessarie per impedirlo.

Licinia Eudossia, Eudocia e la politica dinastica
Tra i prigionieri più prestigiosi condotti a Cartagine figuravano Licinia Eudossia, vedova di Valentiniano III, e le due figlie Eudocia e Placidia. La loro cattura aveva un valore politico considerevole, poiché permetteva a Genserico di esercitare pressione diplomatica e, nello stesso tempo, di rafforzare il prestigio della propria dinastia.
Eudocia sposò successivamente Unerico, realizzando il progetto matrimoniale stabilito prima della crisi del 455. L’unione collegava direttamente la famiglia reale vandala alla dinastia teodosiana e forniva alla monarchia di Cartagine un’importante forma di legittimazione dinastica.
Licinia Eudossia e Placidia furono invece successivamente liberate e poterono raggiungere Costantinopoli. L’intera vicenda mostra come Genserico utilizzasse guerra e diplomazia come strumenti complementari. I prigionieri appartenenti alla famiglia imperiale non costituivano soltanto un bottino, ma anche risorse politiche da impiegare nelle relazioni con le corti romane.

Il tentativo di riconquista di Maggioriano
La perdita dell’Africa era troppo grave perché il governo occidentale potesse accettarla definitivamente senza tentare una riconquista. Negli anni successivi al sacco di Roma furono quindi elaborati nuovi progetti militari contro Cartagine.
Il più importante tentativo occidentale fu promosso dall’imperatore Maggioriano. Il sovrano organizzò una grande spedizione e concentrò una flotta in Hispania, con l’intenzione di attraversare il Mediterraneo occidentale e attaccare direttamente il territorio controllato da Genserico.
Nel 460, tuttavia, la flotta romana raccolta nei pressi di Cartagena fu sorpresa dai Vandali prima che l’invasione potesse iniziare. Una parte delle navi venne distrutta e un’altra catturata, privando Maggioriano dello strumento indispensabile per trasportare l’esercito in Africa. L’imperatore fu quindi costretto ad abbandonare il progetto.
L’episodio è particolarmente significativo perché dimostra che la strategia di Genserico non consisteva soltanto nell’attendere gli attacchi nemici. Il sovrano cercava di anticiparli, combinando informazioni, diplomazia, intelligence e operazioni preventive. Neutralizzare la flotta di Maggioriano prima della partenza risultava assai meno rischioso che affrontare un grande esercito romano già sbarcato in Africa.

La grande spedizione del 468
Il più imponente tentativo di eliminare il Regno vandalo fu organizzato nel 468. Questa volta l’iniziativa principale provenne dall’Impero Romano d’Oriente, con la collaborazione dell’Occidente. La preparazione della campagna richiese un investimento enorme di uomini, navi e risorse finanziarie. Il comando principale della flotta fu affidato a Basilisco.
L’obiettivo era colpire simultaneamente il sistema di potere costruito da Genserico e riconquistare le province africane. La flotta romana raggiunse le coste dell’Africa e si trovò inizialmente in una posizione che sembrava favorevole. Genserico riuscì tuttavia a ottenere alcuni giorni di tregua, trasformando la pausa negoziale in un vantaggio militare.
Il sovrano vandalo utilizzò il tempo disponibile per preparare il contrattacco. Presso Capo Bon le forze vandale impiegarono anche navi incendiarie contro la flotta nemica. Le imbarcazioni in fiamme, spinte verso lo schieramento romano, provocarono confusione e contribuirono alla distruzione o dispersione di una parte considerevole della flotta. L’operazione di Basilisco terminò in un disastro.
La sconfitta del 468 ebbe conseguenze enormi. La spedizione aveva assorbito risorse finanziarie eccezionali e il suo fallimento rese molto più difficile organizzare un nuovo tentativo della stessa portata. La battaglia dimostrò inoltre che il regno costruito da Genserico non era più una formazione politica fragile, ma uno Stato capace di resistere a una delle maggiori operazioni militari organizzate dall’Impero Romano d’Oriente nel V secolo.
Gli ultimi anni e il riconoscimento del potere vandalo
Dopo la vittoria del 468 la posizione internazionale di Genserico risultò ulteriormente rafforzata. La capacità delle autorità romane di eliminare militarmente il regno vandalo appariva ormai fortemente ridimensionata e la diplomazia tornò a essere lo strumento principale per stabilizzare i rapporti tra Cartagine e Costantinopoli.
Nel 474 l’Impero Romano d’Oriente concluse un accordo con Genserico che riconosceva sostanzialmente la situazione politica formatasi nel Mediterraneo occidentale e inaugurava una pace destinata a durare oltre la vita del sovrano. Il significato politico dell’accordo era notevole: dopo decenni di guerre, spedizioni e tentativi di riconquista, il dominio vandalo in Africa veniva accettato come una realtà permanente.
Quando nel 476 venne deposto Romolo Augustolo e cessò l’esistenza di una distinta corte imperiale in Occidente, il Regno vandalo era ormai una delle principali realtà politiche sorte nei territori precedentemente appartenuti all’Impero Romano d’Occidente. La monarchia di Cartagine non rappresentava più una presenza provvisoria nata dalle migrazioni del primo V secolo, ma uno Stato mediterraneo consolidato.
La politica religiosa
Un aspetto importante del regno di Genserico fu il rapporto tra la monarchia vandala e la popolazione romanoafricana. I Vandali professavano il cristianesimo ariano, mentre la maggioranza della popolazione provinciale e dell’episcopato africano aderiva al cristianesimo niceno. La differenza religiosa assumeva inevitabilmente anche una dimensione politica, perché l’episcopato niceno costituiva una delle istituzioni più radicate nella società africana.
Durante il regno di Genserico si verificarono confische di chiese, esili di ecclesiastici e pressioni contro settori dell’episcopato niceno, anche se la politica religiosa vandala non mantenne sempre la stessa intensità e deve essere distinta dalle persecuzioni più sistematiche associate ad alcune fasi del regno di Unerico. Le fonti ecclesiastiche, fortemente ostili alla monarchia ariana, richiedono inoltre un’attenta valutazione critica.
La questione religiosa rivela comunque una caratteristica strutturale del Regno vandalo. Una minoranza dominante di origine barbarica e confessione ariana governava una popolazione in larga parte romanizzata e nicena. La monarchia doveva quindi mantenere la propria identità politica e religiosa senza compromettere il funzionamento delle strutture economiche e amministrative ereditate dall’Africa romana.
La morte e il sistema di successione
Genserico morì a Cartagine il 25 gennaio 477, dopo quasi mezzo secolo di regno. Poiché l’anno di nascita non è conosciuto con assoluta certezza, anche l’età al momento della morte rimane approssimativa. Seguendo la cronologia tradizionale, il sovrano avrebbe avuto circa ottantasette anni, un’età eccezionalmente avanzata per l’epoca.
Prima della morte Genserico aveva regolato la successione attraverso un particolare principio di seniorato dinastico. Il potere non doveva necessariamente passare dal sovrano al figlio primogenito, ma al membro maschio più anziano della famiglia reale. L’obiettivo era probabilmente impedire che il trono passasse a sovrani troppo giovani e garantire alla monarchia una guida adulta ed esperta.
Alla morte di Genserico la successione spettò comunque al figlio Unerico, che regnò dal 477 al 484. Il nuovo sovrano ereditò una situazione incomparabilmente più solida rispetto a quella ricevuta dal padre nel 428: un regno territorialmente consolidato, una capitale di enorme importanza economica, il controllo di territori insulari strategici, una consistente capacità navale e relazioni diplomatiche ormai stabilite con l’Impero Romano d’Oriente.

Il significato storico del regno di Genserico
La grandezza politica di Genserico risiede soprattutto nella trasformazione compiuta durante quasi cinquant’anni di governo. Nel 428 il sovrano aveva assunto il comando di una popolazione stanziata precariamente nella Penisola Iberica; alla morte, nel 477, lasciava una delle maggiori potenze del Mediterraneo occidentale.
Il risultato non può essere spiegato soltanto attraverso le vittorie militari. Genserico seppe individuare nell’Africa romana il territorio capace di fornire al nuovo regno vandalo una base economica duratura, conquistò Cartagine, utilizzò le infrastrutture e le risorse delle province occupate, sviluppò una forza navale e sfruttò sistematicamente le divisioni interne del mondo romano. Quando necessario ricorse alla guerra; quando la diplomazia offriva maggiori vantaggi, negoziò accordi con gli imperatori; quando gli avversari prepararono grandi offensive, cercò di colpirli prima che potessero utilizzare pienamente la propria superiorità materiale.
L’impatto sull’Impero Romano d’Occidente fu altrettanto profondo. La perdita dell’Africa sottrasse al governo imperiale non soltanto territori e prodotti agricoli, ma una parte essenziale della propria base fiscale. In un sistema nel quale la capacità militare dipendeva direttamente dalle entrate dello Stato, questa perdita aggravò le difficoltà finanziarie e rese più complessa la difesa delle province ancora controllate da Roma.
Sarebbe tuttavia semplicistico attribuire a Genserico la caduta dell’Impero Romano d’Occidente. La crisi occidentale derivava da processi molto più ampi, comprendenti instabilità politica, guerre civili, difficoltà fiscali, trasformazioni dell’esercito, competizione tra gruppi dirigenti e formazione di nuovi poteri territoriali. Genserico fu piuttosto uno dei protagonisti che seppero sfruttare con maggiore efficacia queste trasformazioni.
Proprio questa capacità rende il sovrano vandalo una figura centrale del V secolo. Genserico non fu soltanto un invasore vittorioso, ma il costruttore di un nuovo centro di potere mediterraneo sorto attraverso l’appropriazione e la trasformazione di territori precedentemente romani. La vicenda del Regno vandalo mostra quindi che la dissoluzione dell’Occidente romano non consistette semplicemente nella distruzione di un ordine politico, ma anche nella formazione di nuovi regni che riutilizzarono territori, città, istituzioni, risorse e tradizioni appartenute per secoli al mondo imperiale.
