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la crisi della tetrarchia

La crisi della tetrarchia dopo Diocleziano (305-324 d.C.)

Il progressivo fallimento del sistema tetrarchico

Il sistema della Tetrarchia, ideato dall'imperatore Diocleziano, rappresentava un ambizioso tentativo di risolvere uno dei problemi più gravi che avevano caratterizzato il III secolo d.C., cioè l'instabilità politica e le continue guerre civili provocate dalle dispute per la successione imperiale. L'obiettivo di Diocleziano consisteva nel creare un meccanismo stabile che garantisse una successione ordinata e una gestione più efficiente di un Impero ormai troppo vasto per essere governato da un solo sovrano.

Per raggiungere questo scopo, il potere venne suddiviso tra quattro imperatori. Due ricoprivano il titolo di Augusto e rappresentavano le massime autorità dell'Impero, mentre due Cesari, scelti direttamente dagli Augusti, avevano il compito di collaborare al governo e di succedere ai rispettivi superiori al momento dell'abdicazione. In questo modo, il principio della successione dinastica veniva sostituito da quello della cooptazione, secondo il quale il potere sarebbe dovuto passare ai collaboratori ritenuti più capaci e meritevoli, evitando così le lotte tra i membri delle famiglie imperiali.

Nonostante l'apparente solidità del sistema, la Tetrarchia entrò in una crisi irreversibile subito dopo l'abdicazione del suo fondatore, dimostrando come le tradizionali ambizioni dinastiche fossero ancora profondamente radicate nella società romana.

L'ascesa di Galerio e Costanzo Cloro nel 305 d.C.

Il 1° maggio del 305 d.C. Diocleziano e il collega Massimiano abdicarono ufficialmente, applicando il principio fondamentale della Tetrarchia secondo cui gli Augusti avrebbero dovuto ritirarsi volontariamente dal potere per consentire un passaggio ordinato delle funzioni ai Cesari.

In conformità con le regole stabilite, i due Cesari in carica vennero elevati al rango di Augusti. Galerio assunse il governo della parte orientale dell'Impero, diventando Augusto d'Oriente, mentre Costanzo Cloro divenne Augusto d'Occidente.

Per mantenere intatta la struttura tetrarchica, costituita da quattro governanti, furono nominati due nuovi Cesari. Galerio scelse Massimino Daia come proprio collaboratore e successore designato, mentre Costanzo Cloro nominò Severo.

l'ascesa di Galerio e Costanzo Cloro

Dal punto di vista formale, il meccanismo sembrava funzionare perfettamente. Tuttavia, dietro questa apparente regolarità emerse immediatamente il principale limite del sistema. Diocleziano aveva cercato di eliminare il principio dinastico, preferendo la scelta dei governanti sulla base del merito e della fiducia personale. La realtà politica romana, però, continuava a riconoscere un forte prestigio ai figli degli imperatori, che ritenevano di possedere un diritto naturale alla successione. Proprio questo ritorno delle ambizioni dinastiche avrebbe provocato il rapido crollo dell'intero sistema.

L'inizio della crisi nel 306 d.C.

La crisi esplose definitivamente nel luglio del 306 d.C., quando Costanzo Cloro morì improvvisamente a York, in Britannia, durante una campagna militare.

Secondo le regole della Tetrarchia, la successione avrebbe dovuto svolgersi senza difficoltà. Il Cesare Severo, collaboratore di Costanzo Cloro, avrebbe dovuto diventare automaticamente Augusto d'Occidente. Gli eventi, tuttavia, seguirono un corso completamente diverso.

Le truppe rimaste fedeli a Costanzo Cloro ignorarono le disposizioni ufficiali e acclamarono imperatore il figlio del defunto Augusto, Costantino. Questa decisione rappresentò una violazione diretta del principio della cooptazione e sancì il ritorno della successione dinastica come criterio di legittimazione del potere.

Quasi contemporaneamente, anche a Roma si verificò un'altra grave usurpazione. Massenzio, figlio dell'ex Augusto Massimiano, si riteneva ingiustamente escluso dal governo dell'Impero e decise di proclamarsi Augusto. La candidatura di Massenzio trovò il sostegno dei pretoriani, tradizionalmente molto influenti nelle vicende politiche romane, e della popolazione urbana della capitale.

Nel giro di pochi mesi, due diverse proclamazioni imperiali avevano ormai compromesso il delicato equilibrio costruito da Diocleziano.

la morte di Costanzo Cloro e il caos della successioe

Il caos dei sei imperatori

La crisi degenerò rapidamente in una guerra civile generalizzata. Le rivalità personali, le pretese dinastiche e gli interessi dei diversi eserciti provinciali provocarono il completo collasso del sistema tetrarchico.

L'Impero giunse così alla situazione paradossale di avere contemporaneamente sei imperatori, tutti convinti della legittimità delle proprie pretese e impegnati in una lunga serie di conflitti armati.

Il primo a soccombere fu Severo. Designato Augusto per contrastare le usurpazioni di Costantino e Massenzio, Severo non riuscì a consolidare la propria posizione e venne sconfitto nel 307 d.C., dimostrando l'incapacità della Tetrarchia di far rispettare le proprie regole.

Nel tentativo di ristabilire l'ordine, nel 308 d.C. venne convocato il Congresso di Carnuntum. Diocleziano, ormai ritiratosi dalla vita politica, fu richiamato come arbitro della situazione grazie al prestigio personale ancora conservato. Durante il congresso venne nominato Augusto Licinio, un comandante fedele a Diocleziano, con l'obiettivo di ricostruire l'equilibrio istituzionale.

Il compromesso raggiunto a Carnuntum, tuttavia, risultò estremamente fragile. Le decisioni adottate non vennero accettate da tutti i contendenti e i conflitti continuarono senza interruzione.

Un ulteriore elemento di instabilità si verificò nel 311 d.C. con la morte di Galerio. Dopo l'abdicazione di Diocleziano, Galerio era stato il principale difensore del sistema tetrarchico e aveva esercitato un ruolo determinante nella politica imperiale. Galerio è ricordato anche per avere promosso le ultime persecuzioni contro i cristiani. La scomparsa di questa figura lasciò un ulteriore vuoto di potere e contribuì ad aggravare il caos politico.

il caos dei sei imperatori

Verso il ritorno del potere unico

La lunga crisi si risolse soltanto attraverso una serie di guerre che portarono all'eliminazione progressiva dei vari pretendenti al trono.

Lo scontro decisivo in Occidente avvenne nel 312 d.C. con la battaglia di Ponte Milvio, combattuta alle porte di Roma. In questa occasione Costantino sconfisse definitivamente Massenzio, che perse la vita durante la battaglia. Grazie a questa vittoria, Costantino divenne l'unico padrone della parte occidentale dell'Impero.

L'anno successivo, nel 313 d.C., anche la situazione orientale trovò una temporanea soluzione. Licinio sconfisse Massimino Daia, eliminando l'ultimo grande rivale presente in Oriente e consolidando il proprio controllo su quella parte dell'Impero.

la battaglia di ponte Milvio

La fine della Tetrarchia

Dopo queste vittorie, l'Impero romano rimase diviso soltanto tra due sovrani, Costantino e Licinio. Per un breve periodo i due governarono congiuntamente, inaugurando una nuova fase politica caratterizzata da una collaborazione destinata però a durare poco.

la diarchia di Costantino e Licinio

Nel 313 d.C. Costantino e Licinio promulgarono congiuntamente l'Editto di Milano, provvedimento destinato ad avere un'importanza storica fondamentale perché riconosceva ai cristiani la libertà di culto e poneva fine alle persecuzioni religiose condotte negli anni precedenti.

La coesistenza tra i due imperatori si rivelò tuttavia estremamente instabile. Le tensioni politiche e militari sfociarono in un nuovo conflitto che culminò nel 324 d.C., quando Costantino sconfisse definitivamente Licinio.

la vittoria di Costantino

Con questa vittoria Costantino divenne l'unico sovrano dell'intero Impero romano. La conclusione della guerra segnò anche la fine definitiva della Tetrarchia ideata da Diocleziano e il ritorno a una forma di governo monarchica tradizionale, fondata nuovamente sull'autorità di un solo imperatore.

 

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