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il generale Ricimerio

Ricimero

Ricimero, nato probabilmente intorno al 418 e morto il 19 agosto 472, fu una delle figure politiche e militari più potenti dell'Impero romano d'Occidente nella fase conclusiva della sua storia. Generale di origine germanica pienamente inserito nelle strutture dello Stato romano, raggiunse la carica di magister militum e il titolo di patrizio, esercitando dal 456 o 457 fino alla morte un'influenza determinante sulla politica occidentale, soprattutto in Italia.

La tradizione storiografica ha spesso rappresentato Ricimero come un "creatore di imperatori", una sorta di sovrano senza corona capace di innalzare e abbattere Augusti ridotti alla condizione di semplici fantocci. Questa immagine coglie un aspetto reale della sua eccezionale influenza, ma rischia di trasformare una situazione politica estremamente complessa in un rapporto troppo semplice tra un generale onnipotente e imperatori privi di autonomia. Il potere di Ricimero fu enorme, ma non assoluto. La sua autorità risultava particolarmente solida in Italia e nell'esercito che controllava direttamente, mentre importanti comandanti provinciali potevano sottrarsi alla sua influenza. Inoltre, imperatori come Maggioriano e Antemio possedevano proprie basi di legittimità e tentarono concretamente di governare secondo strategie indipendenti.

La carriera di Ricimero permette quindi di osservare un fenomeno più ampio della storia politica del V secolo: la progressiva separazione tra dignità imperiale e capacità effettiva di esercitare il potere. L'imperatore continuava a rappresentare il vertice formale dello Stato romano, ma il controllo delle forze armate, delle risorse fiscali e delle reti aristocratiche era ormai diventato indispensabile per trasformare l'autorità giuridica in potere reale.

Origini e formazione militare

Ricimero nacque probabilmente intorno al 418 e apparteneva all'aristocrazia militare germanica entrata stabilmente nell'orbita dell'Impero romano. Secondo la tradizione riportata dalle fonti, il padre apparteneva alla famiglia reale degli Svevi, mentre la madre era figlia di Wallia, re dei Visigoti. Le origini familiari collocavano dunque Ricimero all'incrocio tra alcune delle principali élite germaniche che, nel corso del V secolo, erano divenute protagoniste della politica occidentale.

Questa ascendenza non deve però indurre a considerare Ricimero un elemento semplicemente "barbarico" contrapposto allo Stato romano. La distinzione sarebbe fuorviante. Ricimero costruì l'intera carriera all'interno delle istituzioni militari dell'Impero e agì come uno dei massimi rappresentanti dell'apparato romano occidentale. Nel V secolo, del resto, l'esercito e la corte imperiale comprendevano ormai numerosi uomini di origine germanica, spesso legati alle aristocrazie militari federate da rapporti familiari, politici e personali.

Ricimero fece carriera nell'ambiente militare che era stato dominato per molti anni da Flavio Ezio, il grande generale occidentale assassinato nel 454 per ordine dell'imperatore Valentiniano III. In questo contesto Ricimero entrò anche in rapporto con Maggioriano, altro importante ufficiale destinato successivamente a diventare imperatore.

Nonostante la posizione raggiunta, Ricimero non tentò mai di assumere personalmente la dignità imperiale. Le ragioni erano soprattutto politiche e religiose. Le origini germaniche, l'appartenenza al cristianesimo ariano e l'assenza di una legittimazione dinastica rendevano estremamente problematica una candidatura alla porpora in un ambiente politico nel quale l'aristocrazia senatoria italiana rimaneva prevalentemente romana e nicena. Non esisteva una norma costituzionale che vietasse formalmente a Ricimero di diventare imperatore, ma la distanza tra possibilità giuridica e accettabilità politica era considerevole. Per un comandante nella sua posizione risultava molto più realistico controllare o condizionare la scelta dell'Augusto mantenendo direttamente il comando dell'esercito.

la carriera militare

Le vittorie contro i Vandali e la caduta di Avito

L'ascesa di Ricimero accelerò durante il regno di Avito, in un momento particolarmente difficile per l'Occidente. Dopo la conquista vandala dell'Africa settentrionale e il sacco di Roma del 455, il regno di Genserico rappresentava una delle principali minacce militari ed economiche per l'Impero. Il controllo vandalo delle coste africane permetteva inoltre a Genserico di condurre operazioni navali nel Mediterraneo centrale e occidentale, minacciando direttamente la Sicilia e l'Italia.

Nel 456 Ricimero conseguì due importanti successi contro i Vandali. Una forza vandala sbarcata in Sicilia venne sconfitta presso Agrigento; successivamente Ricimero ottenne una vittoria navale contro una flotta nemica nelle acque vicine alla Corsica. In una fase caratterizzata da ripetute sconfitte romane, questi risultati aumentarono considerevolmente il prestigio del generale presso l'esercito e l'aristocrazia italica.

Contemporaneamente si aggravava la debolezza politica dell'imperatore Avito. Il sovrano era giunto al potere soprattutto grazie all'appoggio dell'aristocrazia gallo romana e dei Visigoti e non disponeva in Italia di una base altrettanto solida. Le difficoltà economiche e militari contribuirono ad accrescere l'opposizione. Ricimero e Maggioriano finirono quindi per ribellarsi all'imperatore.

Lo scontro decisivo avvenne nell'ottobre del 456 presso Piacenza, dove le forze fedeli ad Avito furono sconfitte. Avito venne costretto ad abbandonare la dignità imperiale e fu consacrato vescovo di Piacenza. La sorte successiva rimane incerta, poiché le fonti non consentono di ricostruire con sicurezza le circostanze della morte.

La deposizione di Avito rappresentò una svolta decisiva. Ricimero aveva dimostrato non soltanto di possedere capacità militari, ma anche di poter intervenire direttamente nella successione imperiale. Da questo momento iniziò la lunga predominanza politica che il generale avrebbe esercitato in Italia fino al 472.

la sconfitta di Avito

Ricimero e Maggioriano

Nel 457 Maggioriano divenne imperatore d'Occidente. Nello stesso periodo Ricimero raggiunse il vertice dell'apparato militare e ricevette il titolo di patrizio, consolidando una posizione che lo rendeva uno dei principali protagonisti del governo occidentale.

Sarebbe però inesatto interpretare Maggioriano come un semplice sovrano controllato da Ricimero. Maggioriano possedeva esperienza militare, una propria rete di sostegno e un ambizioso programma politico. Durante il regno cercò di rafforzare l'autorità imperiale, intervenne nell'amministrazione dello Stato e intraprese campagne volte a restaurare il controllo romano sui territori occidentali. Le operazioni in Gallia e in Hispania dimostrano che il governo di Maggioriano perseguiva una strategia autonoma e relativamente coerente di ricostruzione della potenza imperiale.

Il problema centrale rimaneva tuttavia l'Africa settentrionale. La conquista vandala aveva privato l'Occidente di territori economicamente fondamentali. Le province africane fornivano entrate fiscali, prodotti agricoli e risorse indispensabili per il funzionamento dello Stato. La loro perdita non rappresentava quindi soltanto una riduzione territoriale: colpiva direttamente la capacità del governo di finanziare l'esercito e sostenere l'apparato amministrativo.

Maggioriano progettò per questo motivo una grande offensiva contro Genserico. Una flotta venne concentrata sulle coste della Hispania in preparazione dell'invasione dell'Africa. Tuttavia, nel 460 i Vandali riuscirono a sorprendere la forza navale romana, distruggendo o catturando gran parte delle navi prima che la spedizione potesse iniziare. Il fallimento compromise il progetto strategico più importante dell'imperatore.

Quando Maggioriano rientrò in Italia disponeva di forze considerevolmente ridotte. Nell'agosto del 461 Ricimero agì contro il sovrano. Maggioriano venne arrestato nei pressi di Dertona, l'odierna Tortona, deposto e sottoposto a diversi giorni di prigionia e maltrattamenti. Il 7 agosto 461 fu infine messo a morte.

L'eliminazione di Maggioriano costituisce uno degli episodi più significativi e controversi della carriera di Ricimero. Il generale eliminava un imperatore che aveva dimostrato di voler esercitare concretamente le proprie prerogative e che, almeno fino al fallimento della spedizione africana, aveva tentato di ricostruire l'autorità occidentale. La morte di Maggioriano non provocò da sola il declino dell'Impero, già profondamente compromesso da problemi strutturali, ma privò l'Occidente di uno degli ultimi sovrani dotati di un progetto organico di restaurazione militare, territoriale e amministrativa.

il generale Ricimero fece uccidere Maggioriano

Il governo di Libio Severo

Dopo un breve interregno, nel novembre del 461 Ricimero sostenne l'elevazione al trono di Libio Severo. Con questo imperatore il rapporto tra autorità formale e potere militare apparve molto diverso da quello esistente durante il regno di Maggioriano. Libio Severo dipendeva infatti in misura assai maggiore dal sostegno di Ricimero, e il periodo compreso tra il 461 e il 465 rappresenta probabilmente la fase nella quale l'influenza politica del generale risultò più evidente.

La posizione del nuovo imperatore era però estremamente fragile. Leone I, imperatore romano d'Oriente, non riconobbe Libio Severo come collega legittimo. La mancata approvazione di Costantinopoli non costituiva soltanto un problema simbolico, perché l'Impero d'Oriente disponeva ormai di risorse militari e finanziarie nettamente superiori a quelle occidentali e poteva esercitare un'influenza decisiva sugli equilibri politici dell'Occidente.

Ancora più significativo fu il comportamento di alcuni comandanti provinciali. In Gallia, Egidio rifiutò di riconoscere il nuovo governo e mantenne un'autorità sostanzialmente autonoma sulle forze e sui territori che controllava. In Dalmazia, Marcellino disponeva analogamente di una propria base militare e politica indipendente.

Questi casi mostrano chiaramente i limiti del cosiddetto dominio di Ricimero. Il generale poteva controllare il governo centrale in Italia e influenzare in maniera determinante la scelta dell'imperatore, ma non possedeva gli strumenti necessari per imporre automaticamente la propria autorità a tutti i comandanti e ai territori che continuavano nominalmente a far parte dell'Impero romano d'Occidente. Più che uno Stato unitario saldamente controllato da un unico uomo, l'Occidente stava diventando un mosaico di centri di potere parzialmente autonomi.

Libio Severo morì nel 465. Una tradizione antica attribuisce la morte a un avvelenamento ordinato da Ricimero, ma l'accusa non può essere considerata dimostrata. Le fonti disponibili non forniscono elementi sufficienti per stabilire con certezza che il sovrano sia stato assassinato.

la nomina di un imperatore fantoccio con Libio Severo

L'interregno e l'ascesa di Antemio

La morte di Libio Severo aprì una situazione politicamente insolita. Per un lungo periodo non venne nominato alcun nuovo imperatore occidentale. Ricimero continuò a esercitare in Italia un ruolo militare e politico predominante, mentre Leone I rimaneva l'unico Augusto riconosciuto.

L'interregno tra il 465 e il 467 è particolarmente significativo perché dimostra che Ricimero non aveva necessariamente bisogno di collocare immediatamente sul trono un imperatore subordinato. Il funzionamento politico dell'Italia poteva proseguire temporaneamente attraverso il controllo dell'apparato militare e amministrativo, mentre la suprema autorità imperiale rimaneva formalmente rappresentata dall'Augusto orientale. Allo stesso tempo, proprio questa situazione evidenziava la crescente importanza di Costantinopoli nella determinazione degli equilibri occidentali.

Nel 467 Leone I intervenne direttamente sostenendo l'elevazione di Antemio al trono d'Occidente. Antemio apparteneva all'alta aristocrazia dell'Impero romano d'Oriente, aveva ricoperto importanti incarichi e disponeva di prestigiosi legami familiari e politici. La posizione di Antemio era dunque profondamente diversa da quella di Libio Severo. Il nuovo Augusto non doveva il trono a Ricimero e non poteva essere considerato un semplice strumento del generale.

Per stabilizzare il nuovo equilibrio venne costruita un'alleanza dinastica. Ricimero sposò Alipia, figlia di Antemio, entrando formalmente nella famiglia imperiale. Il matrimonio avrebbe dovuto trasformare la collaborazione politica in un rapporto familiare e conciliare i due principali centri di potere dell'Italia romana: l'autorità imperiale di Antemio e il predominio militare di Ricimero. La soluzione, tuttavia, non eliminò la rivalità strutturale tra i due.

L'interregno e l'ascesa di Antemio

La grande spedizione contro i Vandali

Nel 468 l'Impero romano d'Oriente e quello d'Occidente organizzarono un'enorme operazione militare contro il regno vandalo. L'obiettivo era riconquistare l'Africa settentrionale e modificare radicalmente gli equilibri del Mediterraneo. L'impresa fu sostenuta soprattutto dalle risorse finanziarie e militari di Costantinopoli e rappresentò uno degli ultimi grandi tentativi coordinati di restaurazione della potenza romana in Occidente.

Il successo avrebbe avuto conseguenze enormi. La riconquista dell'Africa avrebbe eliminato la principale potenza navale ostile nel Mediterraneo occidentale, restituito al governo romano importanti territori fiscali e agricoli e rafforzato considerevolmente la posizione di Antemio. Proprio per questo la spedizione del 468 non deve essere considerata un semplice episodio militare, ma uno dei principali momenti decisivi nella storia dell'Occidente tardoantico.

L'operazione terminò invece con una catastrofe. La grande flotta guidata da Basilisco subì perdite devastanti nelle operazioni contro Genserico presso Cartagine e la spedizione dovette essere abbandonata. L'enorme investimento economico e militare non produsse quindi alcun recupero territoriale.

Il fallimento ebbe conseguenze profonde. Costantinopoli aveva consumato risorse enormi senza ottenere il risultato previsto, mentre Antemio perdeva la possibilità di rafforzare il proprio governo attraverso una grande vittoria militare. L'Occidente rimaneva privo delle risorse africane e il regno vandalo conservava la propria posizione strategica. La sconfitta del 468 ridusse drasticamente le possibilità di una restaurazione imperiale su larga scala.

Il tentatvo di riconquistare l'Africa contro i vandali

La rottura tra Antemio e Ricimero

Negli anni successivi i rapporti tra Antemio e Ricimero peggiorarono progressivamente. La tensione non derivava semplicemente da un'incompatibilità personale. Alla base del conflitto esistevano due differenti fonti di potere.

Antemio possedeva la dignità imperiale, una considerevole legittimità aristocratica e importanti rapporti con Costantinopoli. Ricimero, al contrario, controllava una parte decisiva delle forze militari presenti in Italia e disponeva di una rete politica consolidata da molti anni. In termini istituzionali l'imperatore occupava la posizione superiore; in termini militari, tuttavia, Ricimero possedeva strumenti che potevano rendere inefficace l'autorità dell'Augusto.

Il problema può essere compreso distinguendo tra legittimità e capacità coercitiva. Antemio disponeva del diritto di comandare in quanto imperatore; Ricimero possedeva una parte consistente degli uomini attraverso i quali quel comando avrebbe dovuto essere eseguito. Finché i due collaboravano, la struttura poteva funzionare. Quando l'accordo venne meno, la contraddizione si trasformò inevitabilmente in una lotta per il controllo effettivo dello Stato.

Alla fne le tensioni degenerarono infine in guerra civile, proprio nel momento in cui l'Impero avrebbe avuto maggiore necessità di concentrare le proprie risorse contro le minacce esterne.

La guerra civile e l'assedio di Roma

Nel 472 Ricimero si mosse apertamente contro Antemio e sostenne come nuovo imperatore Anicio Olibrio, aristocratico romano che da tempo occupava una posizione particolare nelle complesse relazioni diplomatiche tra l'Impero e il regno vandalo.

Antemio rimase a Roma, dove poteva ancora contare su propri sostenitori, mentre Ricimero portò le forze militari contro la città. Il conflitto assunse quindi la forma drammatica di una guerra civile combattuta nel cuore stesso dell'Italia imperiale.

Roma venne assediata per diversi mesi. Le conseguenze sulla popolazione furono pesanti e la lotta tra l'imperatore e il principale comandante militare contribuì a consumare ulteriormente risorse che l'Occidente non poteva facilmente sostituire. La guerra civile del 472 mostra con particolare chiarezza il livello raggiunto dalla frammentazione politica: l'apparato militare destinato teoricamente a difendere l'Impero veniva impiegato per conquistare la stessa capitale imperiale.

Nel luglio del 472 le truppe di Ricimero riuscirono infine a entrare a Roma. Antemio tentò di fuggire o di nascondersi, ma venne catturato e ucciso l'11 luglio. Le fonti divergono sulle circostanze precise della morte. Secondo alcune testimonianze, l'uccisione materiale sarebbe stata compiuta da Gundobado, nipote di Ricimero e futuro re dei Burgundi.

La vittoria non risparmiò Roma dalle conseguenze della guerra. Le truppe vincitrici compirono saccheggi e violenze, aggravando la situazione di una città che, nel corso del V secolo, aveva già subito ripetuti traumi politici e militari.

Con la morte di Antemio, Olibrio rimase l'unico imperatore d'Occidente. Ricimero sembrava aver nuovamente imposto il proprio predominio, ma la vittoria ebbe una durata sorprendentemente breve.

la guerra civile e l'assedio di Roma

La morte di Ricimero

Ricimero sopravvisse ad Antemio soltanto poche settimane. Il 19 agosto 472 morì, probabilmente in conseguenza di una grave emorragia. La scomparsa avvenne poco più di un mese dopo la conquista di Roma e pose improvvisamente fine a un predominio politico e militare durato circa quindici anni.

La posizione militare di Ricimero passò al nipote Gundobado, che divenne a sua volta uno dei protagonisti della politica occidentale e successivamente re dei Burgundi. La continuità personale, tuttavia, non poteva risolvere la fragilità strutturale dell'Impero.

Anche il regno di Olibrio fu brevissimo. L'imperatore morì nel novembre del 472, pochi mesi dopo Antemio e Ricimero. Nel corso dello stesso anno l'Occidente aveva quindi perso sia due imperatori sia il comandante militare che per oltre un decennio aveva rappresentato uno dei principali punti di riferimento della politica italiana.

la morte di Ricimero

Un impero ormai in fin di vita

Dopo la morte di Ricimero, l'instabilità politica non terminò. Nel giro di pochi anni l'Occidente vide succedersi Olibrio, Glicerio, Giulio Nepote e Romolo Augustolo. Nel 476 il comandante Odoacre depose Romolo Augustolo e non fece proclamare un nuovo imperatore occidentale. La deposizione viene tradizionalmente utilizzata come data convenzionale per la fine dell'Impero romano d'Occidente, anche se Giulio Nepote continuò a essere riconosciuto come imperatore legittimo fino alla morte nel 480.

La rapidità con cui la crisi proseguì dopo il 472 dimostra che il problema non poteva essere ridotto alla presenza personale di Ricimero. Il generale non fu l'unico responsabile della caduta dell'Occidente e sarebbe improprio attribuire a una singola personalità un processo determinato da trasformazioni militari, economiche, fiscali e territoriali sviluppatesi nel corso di molti decenni.

La lunga predominanza di Ricimero rimane però una delle manifestazioni più evidenti della trasformazione dell'autorità romana nel V secolo. La dignità imperiale conservava un enorme valore simbolico e giuridico, ma non garantiva più automaticamente il controllo dell'esercito e dei territori. Allo stesso tempo, un comandante capace di controllare l'esercito poteva determinare la sorte degli imperatori senza riuscire a ricostruire un'autorità politica stabile sull'intero Occidente.

Proprio in questa tensione risiede l'importanza storica di Ricimero. La carriera del generale mostra un Impero nel quale il potere non era semplicemente scomparso, ma si era frammentato tra istituzioni, corti, eserciti, aristocrazie e comandanti regionali. Ricimero riuscì a dominare questo sistema per circa quindici anni, ma non riuscì, e probabilmente non possedeva gli strumenti necessari, a trasformare la supremazia militare in una nuova struttura politica capace di sostituire efficacemente l'autorità imperiale in declino.

le cause del crollo dell'impero romano d'occidente

Il ruolo di Ricimero nella crisi dell'Impero romano d'Occidente

La figura di Ricimero mostra con particolare chiarezza la trasformazione del potere nell'Impero romano d'Occidente del V secolo. Grazie al titolo di patrizio e soprattutto al controllo dell'esercito in Italia, Ricimero poté condizionare profondamente la successione imperiale, come dimostrano la deposizione di Avito, l'uccisione di Maggioriano, il sostegno a Libio Severo e Olibrio e il conflitto con Antemio. Il suo predominio non fu però assoluto: comandanti come Egidio in Gallia e Marcellino in Dalmazia conservarono un'ampia autonomia, Maggioriano e Antemio tentarono di esercitare un potere indipendente e la corte di Costantinopoli rimase un interlocutore decisivo. Anche l'interregno tra il 465 e il 467, durante il quale Ricimero dominò l'Italia senza un imperatore occidentale mentre Leone I rimaneva l'unico Augusto riconosciuto, dimostra quanto il controllo militare si fosse ormai separato dalla dignità imperiale.

La politica di Ricimero contribuì certamente all'indebolimento dell'autorità imperiale, soprattutto con l'eliminazione di Maggioriano nel 461 e la guerra civile contro Antemio nel 472, ma sarebbe riduttivo considerare il generale il principale responsabile della caduta dell'Occidente. La crisi aveva cause molto più profonde: la perdita dell'Africa settentrionale a favore dei Vandali aveva ridotto drasticamente le entrate fiscali, rendendo più difficile mantenere eserciti efficienti e recuperare i territori perduti; contemporaneamente aumentavano l'autonomia dei comandanti provinciali e il potere dei regni germanici. Ricimero fu quindi al tempo stesso un prodotto della crisi e un fattore che contribuì ad aggravarla: la possibilità stessa che un magister militum potesse deporre gli imperatori dimostra quanto le strutture dello Stato fossero già indebolite.

La morte di Ricimero nel 472 non pose infatti fine all'instabilità. In pochi anni si succedettero Olibrio, Glicerio, Giulio Nepote e Romolo Augustolo, deposto da Odoacre nel 476, mentre Giulio Nepote continuò a essere riconosciuto come imperatore legittimo fino alla morte nel 480. L'importanza storica di Ricimero risiede dunque soprattutto nel carattere emblematico della sua carriera: per circa quindici anni riuscì a dominare la politica italiana attraverso il controllo dell'esercito e a determinare la sorte di diversi imperatori, senza però riuscire a ricostruire un'autorità stabile sull'intero Occidente. Il suo predominio rappresenta così una delle manifestazioni più evidenti della progressiva frammentazione del potere romano nel V secolo. 

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