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Filippico Bardane

Filippico Bardane: imperatore bizantino dal 711 al 713

Filippico Bardane, originariamente chiamato Bardanes, governò l'Impero bizantino dal 711 al 3 giugno 713. Il suo breve regno si inserisce nell'"Anarchia dei vent'anni" (695 - 717), un periodo di rivolte militari, frequenti cambiamenti al vertice dello Stato e crescenti pressioni sui confini. Salito al potere grazie alla ribellione di Cherson contro Giustiniano II, Filippico segnò con la propria ascesa la fine della dinastia eracliana. La sua politica religiosa mirò a ristabilire il monotelismo, già condannato dal terzo concilio di Costantinopoli, provocando una rottura con Roma. Nel frattempo, le incursioni dei Bulgari nei Balcani e le offensive omayyadi in Asia Minore aggravarono le difficoltà dell'Impero. Nel giugno 713 un colpo di Stato militare pose fine al suo governo: Filippico fu accecato e sostituito da Anastasio II.

Le origini e gli esili

Bardane era figlio del patrizio Niceforo e apparteneva a una famiglia generalmente considerata di origine armena. La provenienza da Pergamo, indicata in alcune ricostruzioni, rimane controversa. Le fonti lo presentano come un uomo colto ed eloquente, educato nella cultura greca e vicino al monotelismo fin dalla giovinezza.

Le sue ambizioni politiche suscitarono sospetti già prima dell'ascesa al trono. Intorno al 702 - 703, l'imperatore Tiberio III Apsimaro lo esiliò a Cefalonia, temendo che aspirasse alla dignità imperiale. Secondo il racconto del cronista Teofane, Bardane aveva riferito un sogno nel quale un'aquila proteggeva il suo capo con la propria ombra. Il sogno sarebbe stato interpretato come un presagio della futura ascesa al potere; il racconto appartiene tuttavia alla tradizione narrativa sulla sua figura e va distinto dagli avvenimenti accertati.

Richiamato dopo il ritorno al potere di Giustiniano II, nel 705, Bardane fu successivamente confinato a Cherson, in Crimea. Anche questo secondo esilio fu probabilmente legato ai sospetti sulle sue aspirazioni al trono. Proprio Cherson divenne il punto di partenza della rivolta che lo avrebbe portato alla guida dell'Impero.

le origini

La rivolta di Cherson e la conquista del trono

Nel 711, le spedizioni punitive ordinate da Giustiniano II contro Cherson alimentarono una ribellione che coinvolse anche le forze incaricate di reprimerla. In questo contesto, Bardane fu acclamato imperatore e assunse il nome di Filippico.

La successione precisa degli avvenimenti varia nelle fonti. Durante la crisi, Bardane trovò rifugio presso i Cazari, il cui sostegno contribuì al successo della rivolta. Anche le truppe inviate contro Cherson al comando di Mauro passarono dalla parte degli insorti, compromettendo la capacità di Giustiniano II di riprendere il controllo della situazione.

Filippico raggiunse quindi Costantinopoli con la flotta ed entrò nella capitale senza incontrare una resistenza significativa, mentre Giustiniano II si trovava in Asia Minore. Abbandonato dai propri soldati, Giustiniano fu ucciso da Elia presso Damatrys, in Bitinia. Anche il giovanissimo figlio e coimperatore Tiberio venne assassinato.

La morte di Giustiniano II e del figlio pose fine alla dinastia eracliana, il cui governo era iniziato nel 610. Il successo della rivolta confermò inoltre il ruolo decisivo degli eserciti e delle flotte nella successione imperiale durante questa fase di instabilità.

la rivolta di Cherson

Il tentativo di ripristinare il monotelismo

La principale iniziativa religiosa di Filippico fu il tentativo di ristabilire il monotelismo. Questa dottrina riconosceva in Cristo due nature, divina e umana, ma una sola volontà. Il terzo concilio di Costantinopoli, celebrato nel 680 - 681 e riconosciuto come sesto concilio ecumenico, l'aveva condannata, affermando invece l'esistenza di due volontà naturali, corrispondenti alle due nature di Cristo.

Per modificare l'orientamento religioso dell'Impero, Filippico intervenne anzitutto sulla guida della Chiesa di Costantinopoli. Depose il patriarca Ciro e lo sostituì con Giovanni VI, favorevole alla nuova politica. Nel 712 promosse poi un sinodo che respinse le deliberazioni dottrinali del sesto concilio ecumenico, ripristinando il monotelismo come indirizzo religioso imperiale.

A queste decisioni si accompagnarono interventi dal forte significato simbolico. L'imperatore fece rimuovere dal palazzo imperiale la rappresentazione del concilio e ordinò di bruciare la copia dei suoi atti conservata nel palazzo. Il cambiamento riguardava dunque sia l'insegnamento religioso sostenuto dal governo sia la sua rappresentazione pubblica.

La reazione di papa Costantino fu nettamente contraria. Il pontefice respinse la professione di fede dell'imperatore e a Roma si rifiutò di esporre l'immagine di Filippico e di includerne il nome nelle commemorazioni liturgiche. La controversia provocò così una rottura religiosa con Roma, aggiungendo un ulteriore elemento di tensione al breve regno.

il monotelismo

Il provvedimento contro gli Armeni

Durante il governo di Filippico si verificò anche un provvedimento contro gli Armeni residenti nell'Impero. Secondo alcune fonti siriache, l'imperatore ne ordinò l'espulsione e molti si trasferirono in territori controllati dagli Arabi, fra cui le regioni di Melitene e Samosata.

Le motivazioni della misura rimangono poco chiare. Non è possibile collegarla con certezza all'imposizione del monotelismo: la contemporaneità con il nuovo indirizzo religioso non basta a dimostrare un rapporto diretto fra le due iniziative.

l'espulsione degli armeni

Le incursioni bulgare e le offensive omayyadi

Sul piano militare, Filippico dovette affrontare pressioni contemporanee nei Balcani e in Asia Minore. Nel 712, il sovrano bulgaro Tervel condusse un'incursione in Tracia, raggiungendo i dintorni di Costantinopoli. I Bulgari saccheggiarono il territorio e si ritirarono con prigionieri e bottino.

Per rafforzare le difese della regione, Filippico trasferì in Tracia truppe del tema dell'Opsikion, normalmente stanziate nell'Asia Minore nordoccidentale. I temi erano circoscrizioni militari e amministrative dell'Impero: lo spostamento interessava quindi forze legate a una delle sue principali strutture territoriali. Queste stesse truppe avrebbero poi avuto un ruolo nella deposizione dell'imperatore.

Nel frattempo continuarono le offensive del Califfato omayyade, allora governato da al-Walid I. Tra i comandanti impegnati nelle operazioni figuravano Maslama ibn Abd al-Malik e al-Abbas ibn al-Walid.

Nel 712, le forze arabe penetrarono in Asia Minore e conquistarono diverse piazzeforti, fra cui Amasia. Nel 713, al-Abbas conquistò Antiochia di Pisidia, ritirandosi con numerosi prigionieri. Le incursioni sui due fronti aggravarono le difficoltà militari dell'Impero e misero sotto pressione il governo di Filippico.

il colpo di stato

Il colpo di Stato e la deposizione

Nel 713, in un contesto segnato da difficoltà militari e contrasti religiosi, alcuni comandanti organizzarono una congiura contro l'imperatore. Tra i promotori figuravano Giorgio Burafo, conte dell'Opsikion, e Teodoro Myakios. Le truppe dell'Opsikion trasferite in Tracia fornirono gli uomini impiegati nel colpo di Stato.

Il 3 giugno 713, un gruppo di soldati guidato dall'ufficiale Rufo entrò nel palazzo e sorprese Filippico mentre dormiva. L'imperatore fu condotto all'Ippodromo, deposto e accecato. Nella lotta politica bizantina, questa mutilazione veniva utilizzata per rendere un avversario inidoneo all'esercizio della dignità imperiale e ostacolarne il ritorno al potere.

Il giorno seguente fu proclamato imperatore Artemio, un alto funzionario della cancelleria imperiale, che assunse il nome di Anastasio II. Filippico sopravvisse alla deposizione e fu esiliato. La data della morte rimane incerta, ma viene generalmente collocata intorno al 714.

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