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l'imperatore d'oriente Basilisco

Basilisco: ascesa, governo e caduta di un imperatore nella crisi del V secolo

Basilisco, morto probabilmente nell’inverno del 476/477 d.C., fu un generale romano e imperatore dell’Impero romano d’Oriente dal 9 gennaio 475 all’agosto del 476. La sua breve esperienza imperiale si colloca in una delle fasi più instabili del V secolo, caratterizzata da rivalità dinastiche, conflitti tra gruppi militari, difficoltà finanziarie e profonde controversie religiose. Fratello dell’imperatrice Verina e quindi cognato dell’imperatore Leone I, Basilisco apparteneva alla cerchia più vicina alla dinastia leoniana. La sua carriera fu segnata da due eventi di portata eccezionale: la disastrosa spedizione contro i Vandali del 468 e, pochi anni dopo, l’usurpazione del trono ai danni di Zenone.

Origini e legami familiari

La data e il luogo di nascita di Basilisco sono sconosciuti. La posizione politica del futuro imperatore dipese in larga misura dal legame familiare con Verina, moglie di Leone I. Questa parentela gli garantì accesso ai vertici della corte di Costantinopoli e contribuì alla sua rapida ascesa militare e politica.

Basilisco sposò Zenonis, dalla quale ebbe almeno un figlio, Marco, destinato in seguito a essere associato formalmente al potere imperiale. La famiglia di Basilisco era inoltre collegata a Giulio Nepote, imperatore romano d’Occidente, che aveva sposato una donna appartenente alla cerchia familiare di Verina e Basilisco. L’esatta natura di questa parentela, tuttavia, non può essere ricostruita con assoluta certezza.

Più controversa è la possibile relazione familiare con Odoacre, futuro dominatore dell’Italia. Lo storico Stefan Krautschick ha proposto questa ipotesi sulla base soprattutto di un frammento attribuito a Giovanni di Antiochia, nel quale Armato, nipote di Basilisco, viene indicato come fratello di Odoacre. La testimonianza pone notevoli difficoltà genealogiche e non riceve conferme sufficienti dalle altre fonti. Per questo motivo, la parentela tra Basilisco e Odoacre deve essere considerata un’ipotesi discussa, non un dato accertato.

le origini di Basilisco

Zenonis e l’ascesa di Armato

Le fonti tramandano anche una vicenda scandalistica relativa ai rapporti tra Zenonis e Armato. Secondo questa tradizione, l’imperatrice si sarebbe invaghita del giovane, descritto come particolarmente avvenente, e avrebbe esercitato pressioni su Basilisco affinché concedesse al nipote incarichi di grande prestigio.

La notizia richiede cautela. Le narrazioni sulle corti imperiali tardoantiche utilizzano frequentemente adulterio, corruzione sessuale e favoritismo come strumenti di delegittimazione politica. Non è quindi possibile stabilire quanto il racconto rifletta avvenimenti reali e quanto dipenda dalla propaganda ostile a Basilisco. Rimane invece certo il dato politico fondamentale: Armato conobbe una rapidissima ascesa, ottenendo il comando di magister militum praesentalis e il consolato per il 476.

La grande spedizione contro i Vandali

Prima della conquista del trono, Basilisco aveva costruito una carriera militare di primo piano sotto Leone I. Fu console nel 465 e partecipò alle operazioni contro gruppi goti e unni nei Balcani. Il momento decisivo arrivò però nel 468, quando Leone I gli affidò il comando principale della gigantesca spedizione organizzata congiuntamente dagli imperi romano d’Oriente e d’Occidente contro il Regno vandalo di Genserico in Africa.

L’operazione rappresentò uno dei maggiori sforzi militari dell’intero V secolo. Alcune fonti antiche attribuiscono alla spedizione circa 1.100 navi e oltre 100.000 uomini. Cifre di questa portata non devono essere accolte come statistiche precise, perché la documentazione antica tende spesso ad amplificare le dimensioni degli eserciti e delle flotte. Rimane comunque evidente che Costantinopoli mobilitò risorse eccezionali con l’obiettivo di eliminare definitivamente la potenza vandala.

Il piano prevedeva operazioni coordinate da diverse direzioni. Basilisco comandava la principale forza navale diretta verso le coste africane, mentre altri contingenti avrebbero dovuto esercitare pressione sul regno di Genserico da differenti fronti. Il successo avrebbe potuto modificare profondamente gli equilibri del Mediterraneo occidentale e restituire al potere romano territori africani di enorme importanza economica e strategica.

La disfatta di Capo Bon

La flotta comandata da Basilisco raggiunse il Promontorium Mercurii, generalmente identificato con l’attuale Capo Bon, in prossimità di Cartagine. Genserico, posto in una situazione estremamente pericolosa, chiese una breve sospensione delle ostilità. Basilisco accettò la richiesta, concedendo al sovrano vandalo il tempo necessario per organizzare una risposta.

La decisione risultò disastrosa. Genserico preparò un attacco basato sull’impiego di brulotti, imbarcazioni incendiarie lanciate contro la flotta romana. Favorito dalle condizioni ambientali, l’attacco provocò rapidamente il caos tra le navi imperiali, concentrate in uno spazio relativamente ristretto. Numerose imbarcazioni furono incendiate, distrutte o catturate e l’intera operazione terminò con una gravissima sconfitta.

Il fallimento ebbe conseguenze che superarono ampiamente la carriera personale di Basilisco. La spedizione aveva richiesto un investimento finanziario enorme e la sua distruzione indebolì la capacità dell’Impero d’Oriente di intervenire nuovamente su scala analoga nel Mediterraneo occidentale.

Le accuse di tradimento e il costo della sconfitta

Dopo la catastrofe si diffusero accuse particolarmente gravi contro Basilisco. Secondo una tradizione ostile, il comandante avrebbe deliberatamente favorito Genserico in seguito a un accordo con Aspar, il potentissimo generale che esercitava allora una notevole influenza sulla politica imperiale. Aspar avrebbe avuto interesse a impedire la completa distruzione del regno vandalo e avrebbe promesso in cambio sostegno alle ambizioni politiche di Basilisco.

Non esistono però elementi sufficienti per trasformare questa accusa in un fatto storico accertato. Il racconto potrebbe essere nato dalla necessità di individuare un responsabile personale per una catastrofe militare di proporzioni eccezionali. L’incompetenza, l’errore di valutazione e il tradimento sono spiegazioni profondamente diverse, e le fonti disponibili non permettono di dimostrare l’ultima.

Anche le cifre relative al costo dell’operazione devono essere trattate con prudenza. Una delle stime tramandate parla di circa 130.000 libbre d’oro. Pur senza attribuire a questo numero un valore contabile esatto, il dato rende bene la dimensione dello sforzo finanziario. Il fallimento impose all’Impero un peso enorme, i cui effetti continuarono a essere avvertiti negli anni successivi.

Al ritorno a Costantinopoli, Basilisco temette per la propria vita e cercò rifugio in una chiesa, identificata dalla tradizione con Santa Sofia. L’intervento della sorella Verina convinse Leone I a risparmiarlo. Basilisco fu comunque allontanato dalla capitale e trascorse un periodo in Tracia, probabilmente a Eraclea Sintica. La sconfitta del 468 avrebbe potuto concluderne definitivamente la carriera; sorprendentemente, pochi anni dopo Basilisco sarebbe invece arrivato al trono.

la fallimentare spedizione contro i vandali

La successione di Leone I e la crisi del potere

Alla morte di Leone I nel 474, il trono passò al giovane nipote Leone II, figlio di Zenone e Ariadne, a sua volta figlia di Leone I e Verina. Leone II associò presto il padre al governo, ma morì dopo pochi mesi. Zenone rimase così unico imperatore.

La posizione del nuovo sovrano era però fragile. Le origini isauriche di Zenone alimentavano ostilità in alcuni settori della società e dell’aristocrazia costantinopolitana, mentre la corte era attraversata da rivalità personali, familiari e militari. L’opposizione al nuovo imperatore non può quindi essere spiegata attraverso una sola causa: ostilità verso gli Isaurici, ambizioni dinastiche e competizione tra potenti comandanti finirono per convergere contro Zenone.

l'ascesa al trono

L’usurpazione del 475

Nel 475 prese forma una vasta congiura. Tra i protagonisti figuravano Verina, Basilisco, Armato, Illo, Trocundes e Teodorico Strabone. Secondo alcune testimonianze, Verina avrebbe inizialmente voluto sostituire Zenone con il proprio amante, il magister officiorum Patricius, ma le intenzioni originarie dell’imperatrice vedova rimangono difficili da determinare.

La pressione politica e militare costrinse Zenone ad abbandonare Costantinopoli. L’imperatore fuggì verso l’Isauria, portando con sé una parte del tesoro imperiale. Il 9 gennaio 475 Basilisco fu proclamato Augusto, con l’appoggio di importanti ambienti di corte e del Senato.

L’ascesa di Basilisco modificò rapidamente gli equilibri all’interno della stessa coalizione che aveva rovesciato Zenone. Il nuovo imperatore fece eliminare Patricius, provocando una rottura con Verina. La sorella, inizialmente protagonista della congiura contro Zenone, avrebbe successivamente partecipato alle manovre favorevoli alla restaurazione dell’imperatore deposto.

Basilisco cercò contemporaneamente di consolidare una propria linea dinastica. Elevò il figlio Marco prima alla dignità di Cesare e poi a quella di Augusto, trasformandolo formalmente in collega imperiale. Zenonis ricevette invece il titolo di Augusta. La costruzione di una nuova famiglia imperiale mostrava che Basilisco non considerava il proprio governo una soluzione provvisoria, ma intendeva stabilizzare una nuova successione dinastica.

Il regno di Basilisco

Le difficoltà finanziarie del nuovo regime

Il regno di Basilisco durò soltanto una ventina di mesi e fu immediatamente esposto a forti tensioni. Sul piano finanziario, il governo ereditò problemi accumulati negli anni precedenti, ai quali aveva contribuito anche l’enorme costo della spedizione africana del 468.

Le fonti ostili accusano Basilisco di avere affrontato le difficoltà attraverso la vendita delle cariche pubbliche, un aumento della pressione fiscale e la richiesta di ingenti somme alle istituzioni ecclesiastiche. Il prefetto Epinico viene presentato come uno dei principali responsabili di queste misure.

Il carattere polemico delle testimonianze impedisce di accogliere ogni accusa alla lettera. Tuttavia, la rapidità con cui il regime perse consenso suggerisce l’esistenza di un effettivo malcontento economico e politico. A queste difficoltà si aggiunse presto una questione ancora più destabilizzante: il conflitto religioso.

La politica religiosa anti calcedoniana

La scelta più rischiosa compiuta da Basilisco fu l’adozione di una politica apertamente anti calcedoniana. Il nuovo imperatore cercò l’appoggio degli ambienti oggi generalmente definiti miafisiti, particolarmente influenti in Egitto e in altre regioni orientali dell’Impero.

Basilisco favorì il ritorno di importanti ecclesiastici precedentemente deposti o esiliati, tra i quali Timoteo Ailuros ad Alessandria e Pietro il Fullo ad Antiochia. Nel 475 promulgò inoltre l’Enkyklion, un documento con il quale respingeva le decisioni dottrinali del Concilio di Calcedonia del 451 e il Tomo di papa Leone I, riaffermando invece l’autorità dei primi tre concili ecumenici.

La scelta religiosa possedeva anche un’evidente dimensione politica. Attraverso l’opposizione a Calcedonia, Basilisco poteva cercare di costruire una base di consenso nelle province orientali ostili alle definizioni conciliari del 451. Il problema consisteva nel costo politico di questa strategia: ciò che poteva rafforzare il governo in alcune regioni rischiava di alienargli la capitale.

Acacio, Daniele lo Stilita e l’opposizione di Costantinopoli

A Costantinopoli la politica imperiale incontrò infatti la forte opposizione del patriarca Acacio, sostenitore delle decisioni calcedoniane. Accanto al patriarca acquistò particolare importanza Daniele lo Stilita, celebre asceta che viveva su una colonna nei pressi della capitale. Secondo la Vita di Daniele, l’asceta arrivò eccezionalmente ad abbandonare la propria colonna per intervenire personalmente nella controversia.

L’azione di Acacio e Daniele contribuì a trasformare il dissenso teologico in una più ampia mobilitazione contro il governo. Le chiese di Costantinopoli furono drappeggiate a lutto e la controversia religiosa divenne progressivamente una crisi di legittimità politica. Basilisco si trovò così nella situazione paradossale di aver cercato nuovi sostenitori nelle province orientali perdendo contemporaneamente consenso nel centro stesso del potere imperiale.

Durante il suo regno, un grande incendio devastò inoltre una parte considerevole di Costantinopoli. Le fonti ostili interpretarono la catastrofe come manifestazione dell’ira divina contro la politica religiosa dell’imperatore. Questa lettura appartiene naturalmente al linguaggio polemico e religioso dell’epoca, ma mostra quanto rapidamente le calamità potessero essere trasformate in argomenti politici.

Alla crisi contribuì anche il massacro di numerosi Isaurici rimasti nella capitale dopo la fuga di Zenone. L’episodio aggravò inevitabilmente l’ostilità degli Isaurici nei confronti del nuovo regime e rese ancora più difficile per Basilisco impedire una futura restaurazione del rivale.

La riscossa di Zenone

Mentre Basilisco perdeva progressivamente consenso a Costantinopoli, Zenone cercava di ricostruire la propria posizione in Isauria. In un primo momento la situazione dell’imperatore deposto appariva critica. Basilisco inviò contro Zenone i generali Illo e Trocundes, che riuscirono a esercitare una forte pressione militare.

Il deterioramento del governo di Basilisco modificò però rapidamente gli equilibri. Zenone riuscì a sfruttare il malcontento dei due comandanti e a offrire condizioni politiche sufficientemente vantaggiose da provocarne la defezione. Illo e Trocundes abbandonarono quindi Basilisco e passarono dalla parte dell’imperatore deposto.

Questo passaggio fu decisivo. La crisi di Basilisco non derivò semplicemente dalla forza militare di Zenone, ma dalla progressiva disgregazione della coalizione che aveva portato l’usurpatore al potere. Il regime perse uno dopo l’altro gli stessi protagonisti sui quali aveva inizialmente costruito il proprio successo.

la riscossa di Zenone

La defezione di Armato

Per fermare l’avanzata di Zenone, Basilisco affidò infine al nipote Armato il comando delle forze destinate a contrastarlo. Anche questa ultima difesa fallì per ragioni politiche più che strettamente militari.

Zenone raggiunse infatti un accordo con Armato. Secondo le fonti, promise al generale il mantenimento a vita della prestigiosa carica di magister militum praesentalis e garantì al figlio di Armato, chiamato anch’egli Basilisco, il titolo di Cesare. Armato evitò quindi lo scontro e consentì a Zenone di continuare la marcia verso Costantinopoli.

La defezione privò l’usurpatore dell’ultima importante forza capace di difenderne il governo. A quel punto il problema non consisteva più nel vincere una guerra civile, ma nel constatare che la struttura politica e militare del regime di Basilisco si era ormai dissolta.

La caduta e il ritorno di Zenone

Consapevole della gravità della situazione, Basilisco tentò tardivamente di riconciliarsi con Acacio e con la popolazione calcedoniana della capitale. La precedente politica religiosa venne revocata o corretta nel tentativo di recuperare il consenso perduto. La svolta arrivò però quando il regime non disponeva più delle risorse politiche e militari necessarie per sopravvivere.

Nell’agosto del 476, Zenone raggiunse Costantinopoli e riuscì a rientrare nella capitale praticamente senza incontrare una resistenza significativa. Basilisco fu deposto e Zenone recuperò il trono che aveva perduto circa venti mesi prima.

La morte di Basilisco e della sua famiglia

Dopo la deposizione, Basilisco cercò rifugio insieme alla moglie Zenonis e al figlio Marco nel complesso di Santa Sofia. La scelta ripeteva, in circostanze assai più drammatiche, il ricorso alla protezione ecclesiastica già sperimentato dopo la disfatta africana del 468.

Basilisco fu infine costretto alla resa. Secondo la tradizione, Zenone promise di non versare il sangue dell’ex imperatore e dei suoi familiari. La promessa sarebbe stata rispettata in senso strettamente letterale: Basilisco, Zenonis e Marco furono deportati in Cappadocia, dove vennero imprigionati. Le fonti non concordano sulla località precisa.

La versione più conosciuta sostiene che i tre furono rinchiusi in una cisterna prosciugata e lasciati morire per fame, freddo e privazioni, probabilmente durante l’inverno del 476/477. I particolari non possono essere verificati con sicurezza e altre tradizioni presentano versioni differenti. Il dato fondamentale rimane l’eliminazione politica di Basilisco e della sua famiglia dopo la restaurazione di Zenone.

la morte di Basilisco

Le cause della caduta di Basilisco

La vicenda di Basilisco mostra con particolare chiarezza la fragilità degli equilibri politici dell’Impero romano d’Oriente nella seconda metà del V secolo. L’accesso al trono dipendeva non soltanto dalla legittimità dinastica, ma dalla capacità di mantenere contemporaneamente il sostegno della corte, dell’esercito, delle grandi famiglie aristocratiche, delle autorità ecclesiastiche e della popolazione della capitale.

Basilisco riuscì a rovesciare Zenone perché una coalizione molto eterogenea si raccolse temporaneamente contro l’imperatore. Non riuscì però a trasformare quella coalizione in un sistema stabile di governo. La rottura con Verina, il malcontento finanziario, la controversa politica religiosa, l’ostilità degli Isaurici e soprattutto le defezioni di Illo, Trocundes e Armato distrussero progressivamente le basi del nuovo regime.

La caduta di Basilisco acquistò inoltre un significato particolare per la sua coincidenza cronologica con gli avvenimenti occidentali. Nel 476, mentre Zenone recuperava il controllo di Costantinopoli, Odoacre deponeva Romolo Augustolo in Italia, episodio tradizionalmente utilizzato per segnare la fine dell’Impero romano d’Occidente. La restaurazione di Zenone e la scomparsa del regime di Basilisco si collocano quindi nello stesso anno simbolico in cui la struttura politica dell’Occidente romano subiva la sua trasformazione più celebre.

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