
La Prima Fitna: la prima guerra civile islamica (656-661)
La Prima Fitna, combattuta tra il 656 e il 661 d.C., fu la prima grande guerra civile della comunità musulmana. Il termine arabo fitna, che può significare «prova» o «tentazione», indica in questo contesto la discordia interna e la rottura dell'unità politica e religiosa. Il conflitto scoppiò dopo l'assassinio del califfo Othman ibn Affan, in un clima di tensioni sulla gestione del potere e delle risorse delle conquiste. Il suo successore, Alì ibn Abi Talib, dovette affrontare prima l'opposizione di Aisha, Talha e Zubayr, poi quella del governatore della Siria, Mu'awiya. L'arbitrato seguito alla battaglia di Siffin e la separazione dei kharigiti indebolirono ulteriormente il governo di Alì. La guerra si concluse con l'ascesa di Mu'awiya e l'avvento del califfato omayyade, lasciando divisioni che contribuirono alla successiva formazione delle principali correnti dell'Islam.
- Le origini del conflitto e l'assassinio di Othman
- La battaglia del Cammello
- Mu'awiya e la battaglia di Siffin
- L'arbitrato e le sue conseguenze politiche
- La separazione dei kharigiti e la battaglia di Nahrawan
- La perdita dell'Egitto e l'indebolimento di Alì
- Il breve califfato di Hasan e l'accordo con Mu'awiya
- L'avvento del califfato omayyade
- Le divisioni religiose e l'eredità della Prima Fitna
Le origini del conflitto e l'assassinio di Othman
Le cause della guerra civile maturarono soprattutto negli ultimi anni del governo di Othman ibn Affan (644 - 656), terzo califfo dei Rashidun, i «ben guidati». Othman apparteneva al clan dei Banu Umayya, gli Omayyadi, e fu accusato di favorire i propri parenti nell'assegnazione dei governatorati e delle risorse. Queste accuse di nepotismo si intrecciavano con contrasti più ampi sul rafforzamento del controllo centrale, sulla gestione delle terre conquistate e sulla distribuzione delle entrate.
Il malcontento era particolarmente forte fra alcuni gruppi arabi insediati in Egitto e in Iraq. L'espansione del califfato aveva infatti moltiplicato le risorse disponibili, ma anche le rivalità fra il governo centrale, le autorità provinciali e i gruppi che rivendicavano una parte dei benefici delle conquiste. La contestazione riguardava quindi sia le scelte personali del califfo sia gli equilibri politici ed economici della comunità.
Nel giugno del 656, gruppi di oppositori provenienti dalle province raggiunsero Medina. La crisi culminò nell'irruzione di alcuni insorti nella residenza di Othman e nell'uccisione del califfo, che secondo la tradizione stava leggendo il Corano. L'assassinio aprì una controversia sulla successione e sulla responsabilità di punire i colpevoli.
Alì ibn Abi Talib, cugino e genero di Maometto, fu riconosciuto come quarto califfo da una parte della comunità, senza ottenere un consenso generale. La richiesta di giustizia per Othman divenne uno dei principali motivi dell'opposizione al nuovo governo. La questione giudiziaria era però inseparabile da quella politica: stabilire chi potesse punire gli assassini significava anche riconoscere chi avesse il diritto di governare.

La battaglia del Cammello
La prima grande opposizione armata ad Alì fu guidata da Aisha, vedova di Maometto, insieme a Talha ibn Ubayd Allah e Zubayr ibn al-Awwam, due importanti compagni del Profeta. Gli oppositori reclamarono giustizia per Othman, contestarono l'autorità del nuovo califfo e sostennero la necessità di una nuova consultazione per la scelta del governante.
Dopo aver raccolto sostenitori, raggiunsero e occuparono Bassora, in Iraq, dove scoppiarono violenti scontri con i rappresentanti e i sostenitori del governo. Alì mobilitò rinforzi a Kufa, anche attraverso l'intervento del figlio Hasan, e si diresse verso Bassora. I negoziati non impedirono lo scontro, passato alla storia come battaglia del Cammello e generalmente datato all'8 dicembre 656.
Il nome della battaglia deriva dal cammello che trasportava la lettiga di Aisha e attorno al quale si concentrò la resistenza del suo schieramento. I combattimenti terminarono quando l'animale fu abbattuto. Zubayr aveva abbandonato lo scontro e fu ucciso poco dopo; Talha morì per una ferita che diverse tradizioni attribuiscono a Marwan ibn al-Hakam, presente nel suo stesso campo.
Dopo la vittoria, Alì fece riaccompagnare Aisha a Medina, perdonò numerosi avversari e liberò i prigionieri. Fra la fine del 656 e l'inizio del 657 stabilì a Kufa la principale sede del proprio governo. L'Iraq divenne così il centro del suo potere, mentre la Siria rimaneva sotto il controllo del suo più forte antagonista.

Mu'awiya e la battaglia di Siffin
Mu'awiya ibn Abi Sufyan, governatore della Siria e parente di Othman, apparteneva allo stesso clan omayyade del califfo assassinato. Rifiutò di prestare fedeltà ad Alì e si oppose alla propria sostituzione come governatore. La richiesta di punire gli assassini di Othman costituì uno dei fondamenti della sua opposizione e gli consentì di presentarsi come difensore della memoria del parente ucciso.
Nel 657, dopo una prolungata fase di confronto e negoziati, le forze di Alì e l'esercito siriano si affrontarono presso Siffin, lungo l'Eufrate. I combattimenti più intensi si svolsero in luglio, senza condurre a una soluzione definitiva del conflitto.
Secondo il racconto tradizionale, quando le truppe siriane si trovarono in difficoltà, Amr ibn al-As suggerì di innalzare sulle lance copie o fogli del Corano, chiedendo che la controversia fosse risolta attraverso il Libro di Dio. Il gesto trasformò il confronto militare in una questione di autorità religiosa: proseguire la battaglia poteva apparire, agli occhi di molti combattenti, come un rifiuto di sottoporsi al giudizio divino.
Una parte consistente dell'esercito di Alì pretese quindi la sospensione dei combattimenti. Il califfo accettò un arbitrato, pur nutrendo riserve. Questa decisione fermò lo scontro, ma aprì una nuova crisi all'interno del suo stesso schieramento.
L'arbitrato e le sue conseguenze politiche
La controversia fu affidata a Abu Musa al-Ash'ari, scelto dal campo iracheno, e ad Amr ibn al-As, rappresentante di Mu'awiya. L'accordo per l'arbitrato risale al 657, ma la cronologia delle riunioni e il contenuto delle decisioni sono ricostruiti diversamente dalle fonti.
Una ricostruzione colloca una prima riunione a Dumat al-Jandal nel 658 e un successivo incontro a Udhruh nel 659. Non è tuttavia certo che i due appuntamenti avessero la stessa natura e lo stesso mandato. È quindi necessario distinguere l'accordo iniziale dalle successive trattative, evitando di considerare l'arbitrato come un singolo episodio dai risultati indiscussi.
Secondo una tradizione importante, gli arbitri giudicarono ingiusta l'uccisione di Othman, rafforzando la rivendicazione di Mu'awiya. I negoziati non produssero una soluzione condivisa e contribuirono a indebolire Alì: il suo avversario continuava a controllare la Siria, mentre l'autorità del califfo era ormai sottoposta a contestazioni anche fra i suoi sostenitori.

La separazione dei kharigiti e la battaglia di Nahrawan
Già dopo Siffin, alcuni sostenitori di Alì avevano rifiutato il ricorso all'arbitrato, proclamando: «Il giudizio spetta soltanto a Dio» (La hukma illa lillah). Secondo questi dissidenti, affidare a uomini la decisione sulla controversia significava sottoporre a un compromesso umano una questione che avrebbe dovuto essere risolta secondo il comando divino.
Dopo alcuni tentativi di riconciliazione, una parte dei dissidenti ruppe definitivamente con Alì. Furono conosciuti come kharigiti, nome tradizionalmente interpretato come «coloro che escono» o «si separano». La frattura non riguardava soltanto la condotta della guerra, ma anche i criteri con cui riconoscere un governante legittimo e stabilire quando fosse doveroso opporsi alla sua autorità.
Il contrasto assunse una dimensione militare. Dopo il fallimento dei tentativi di accordo e in seguito alle violenze attribuite ai dissidenti, Alì affrontò e sconfisse i kharigiti presso il canale di Nahrawan, a est del Tigri, nel 658. La vittoria non eliminò il movimento e aggravò l'ostilità dei suoi seguaci verso il califfo, costretto ormai a fronteggiare sia Mu'awiya sia gli avversari nati dalla divisione del proprio campo.
La perdita dell'Egitto e l'indebolimento di Alì
Mentre lo schieramento di Alì si frammentava, Mu'awiya ampliava la propria influenza. Nel 658, le forze guidate da Amr ibn al-As conquistarono l'Egitto per il governatore siriano. Muhammad ibn Abi Bakr, nominato governatore della provincia da Alì, fu sconfitto e ucciso. La perdita dell'Egitto sottrasse al califfo importanti risorse e rafforzò ulteriormente il suo rivale.
Negli ultimi anni della guerra, le truppe di Mu'awiya condussero incursioni nei territori controllati da Alì. Intorno al 660, Busr ibn Abi Artat guidò una spedizione nel Hijaz e nello Yemen, imponendo giuramenti di fedeltà a Mu'awiya e colpendo duramente i sostenitori del califfo. Queste operazioni mostrarono la crescente difficoltà del governo di Kufa nel proteggere i propri territori e mantenere l'obbedienza delle province.
Nel gennaio del 661, Alì fu colpito a Kufa dal kharigita Abd al-Rahman ibn Muljam e morì circa due giorni dopo. Secondo la tradizione più diffusa, l'attentato avvenne il 19 Ramadan e la morte il 21 Ramadan dell'anno 40 dell'Egira. Le corrispondenze precise con il calendario cristiano variano nelle ricostruzioni.

Il breve califfato di Hasan e l'accordo con Mu'awiya
Dopo la morte di Alì, il figlio Hasan ibn Alì fu riconosciuto come califfo a Kufa. Il nuovo governo ereditò però le difficoltà del precedente: la pressione dell'esercito siriano si accompagnava alle divisioni fra i sostenitori di Hasan, aggravate da ammutinamenti e defezioni.
Nel 661, Hasan raggiunse un accordo con Mu'awiya e rinunciò al potere. Le fonti tramandano condizioni differenti, fra cui garanzie di sicurezza per Hasan e per i sostenitori di Alì. Anche le disposizioni sulla futura successione sono controverse: alcune tradizioni prevedono che Mu'awiya non designasse un erede e che la scelta spettasse a una shura, cioè a una consultazione; altre indicano Hasan come futuro successore.
La rinuncia di Hasan segnò la conclusione convenzionale della Prima Fitna e consentì a Mu'awiya di consolidare il proprio governo. Terminava così la guerra per il controllo del califfato, senza che fossero risolte le divergenze sulla legittimità della guida politica e religiosa.

L'avvento del califfato omayyade
Con l'affermazione di Mu'awiya I nel 661 ebbe inizio il califfato omayyade, con centro a Damasco. La Siria divenne la principale base del potere califfale, sostituendo il ruolo centrale che l'Iraq aveva assunto durante il governo di Alì.
La nascita del nuovo regime non coincise immediatamente con l'introduzione di una successione ereditaria. Questo passaggio avvenne in un secondo momento, quando Mu'awiya designò come erede il figlio Yazid, che gli succedette nel 680. La fondazione del califfato omayyade e l'affermazione della trasmissione del potere da padre a figlio furono dunque due sviluppi distinti.

Le divisioni religiose e l'eredità della Prima Fitna
La guerra lasciò fratture durature, ma non produsse immediatamente tre confessioni già definite. Gli schieramenti del conflitto contribuirono alla formazione di tradizioni religiose che precisarono gradualmente le proprie dottrine e la propria interpretazione della storia.
La tradizione sunnita si consolidò nel tempo e riconobbe la legittimità dei primi quattro califfi, compreso Alì. Per questo motivo non può essere identificata semplicemente con il campo di Mu'awiya durante la guerra: la sua successiva ricostruzione delle origini dell'Islam comprendeva anche il riconoscimento del califfo contro il quale Mu'awiya aveva combattuto.
La shi'at Alì, il «partito di Alì», costituì uno dei nuclei da cui si sviluppò lo sciismo. Il sostegno ad Alì e alla famiglia del Profeta assunse progressivamente una più precisa elaborazione religiosa. Le dottrine sull'imamato, ossia sulla guida della comunità, e sul diritto di specifici discendenti della famiglia di Maometto a esercitarla si definirono attraverso sviluppi successivi.
I kharigiti, nati dalla rottura con Alì, si articolarono a loro volta in diverse correnti. Sostennero che la legittimità del governante dipendesse dalla rettitudine religiosa e morale, anziché dall'appartenenza a una particolare dinastia o famiglia. La questione decisiva diventava quindi la conformità della condotta del capo della comunità ai princìpi religiosi.
L'eredità della Prima Fitna riguardò così il rapporto fra potere politico, autorità religiosa e appartenenza comunitaria. Il conflitto pose domande destinate a durare: chi avesse il diritto di guidare i musulmani, quali comportamenti rendessero legittimo un governo e in quali circostanze fosse giustificato opporvisi.
