Evoluzione dell'uomo
La storia evolutiva dell'uomo è il risultato di un processo estremamente lungo e complesso, caratterizzato dalla comparsa, dalla diversificazione e dall'estinzione di numerose specie. Gli esseri umani appartengono all'ordine dei primati, un gruppo di mammiferi che comprende anche lemuri, scimmie e grandi scimmie antropomorfe. L'uomo non discende dalle scimmie attuali: Homo sapiens e le altre grandi scimmie condividono antenati comuni vissuti milioni di anni fa. In particolare, la linea evolutiva che avrebbe portato agli esseri umani si separò da quella degli antenati degli attuali scimpanzé e bonobo diversi milioni di anni fa.
Non esiste quindi un unico "anello mancante" tra la scimmia e l'uomo. Questa espressione deriva da una concezione ormai superata dell'evoluzione come una catena lineare. L'evoluzione umana assomiglia piuttosto a un albero molto ramificato, nel quale diverse specie di ominini comparvero, si diversificarono, vissero contemporaneamente e, nella maggior parte dei casi, si estinsero.
Tra i più antichi possibili rappresentanti della linea evolutiva umana conosciamo Sahelanthropus tchadensis, vissuto in Africa circa 7 milioni di anni fa, e Orrorin tugenensis, risalente a circa 6 milioni di anni fa. Successivamente comparvero specie appartenenti al genere Ardipithecus, vissute tra circa 5,8 e 4,4 milioni di anni fa. L'esatta posizione di alcune di queste forme nell'albero evolutivo umano è ancora oggetto di discussione scientifica. Il Ramapithecus, un tempo considerato un possibile antenato dell'uomo, non occupa invece più questo ruolo nelle moderne ricostruzioni paleoantropologiche: i fossili un tempo attribuiti a questo genere sono stati in gran parte ricondotti a Sivapithecus, appartenente a una linea evolutiva collegata agli oranghi.
Una delle trasformazioni fondamentali nella storia degli ominini fu l'acquisizione del bipedismo, che si sviluppò gradualmente molto prima della comparsa del genere Homo. Non può essere spiegato semplicemente come conseguenza di una glaciazione o come risposta alla scomparsa delle foreste. I primi ominini vivevano infatti in ambienti diversificati, comprendenti zone alberate, boschi e spazi più aperti. Camminare abitualmente su due arti rappresentò quindi il risultato di un lungo processo evolutivo influenzato da diversi fattori ambientali e biologici.
Tra circa 4,2 e 2 milioni di anni fa vissero varie specie di australopiteci. Una delle più conosciute è Australopithecus afarensis, vissuto nell'Africa orientale tra circa 3,9 e 3 milioni di anni fa e al quale appartiene il celebre scheletro parziale chiamato Lucy. Australopithecus africanus, documentato soprattutto nell'Africa meridionale, visse invece approssimativamente tra 3,3 e 2,1 milioni di anni fa. Gli australopiteci erano bipedi, anche se conservavano caratteristiche anatomiche utili alla vita arboricola. Avevano generalmente una statura ridotta e una capacità cranica di circa 400-500 cm³, molto inferiore a quella dell'uomo moderno.
Per molto tempo la fabbricazione di strumenti di pietra è stata considerata una caratteristica esclusiva del genere Homo. Le scoperte più recenti hanno però complicato questo quadro: sono stati rinvenuti strumenti litici molto antichi, alcuni dei quali precedono i più antichi fossili generalmente attribuiti al genere Homo. Non è tuttavia sempre possibile stabilire quale specie li abbia prodotti. La tecnologia, come le caratteristiche anatomiche, non comparve dunque improvvisamente, ma si sviluppò attraverso un lungo processo.
Tra circa 2,4 e 1,4 milioni di anni fa visse Homo habilis, una delle prime specie tradizionalmente attribuite al genere Homo. Rispetto agli australopiteci presentava mediamente una maggiore capacità cranica, generalmente compresa intorno a 500-700 cm³. Homo habilis è tradizionalmente associato alla tecnologia olduvaiana, caratterizzata dalla lavorazione relativamente semplice della pietra per ottenere nuclei e schegge taglienti utilizzabili per diverse attività. L'associazione tra una determinata specie e una specifica tecnologia deve tuttavia essere considerata con cautela, perché più specie di ominini potevano vivere contemporaneamente negli stessi territori.
Intorno a 1,9 milioni di anni fa comparvero popolazioni generalmente attribuite a Homo erectus o a forme strettamente affini. Homo erectus rappresentò una delle specie umane di maggiore successo e durata e fu tra i primi ominini a diffondersi ampiamente fuori dall'Africa, raggiungendo diverse regioni dell'Eurasia. Presentava proporzioni corporee più simili a quelle dell'uomo moderno e, nel corso della sua lunga storia evolutiva, mostrò un aumento delle dimensioni cerebrali. La sua capacità cranica era variabile e non può essere rappresentata correttamente da un unico valore.
A Homo erectus e ad altre popolazioni umane arcaiche è associata soprattutto la diffusione della tecnologia acheuleana, caratterizzata dalla produzione di grandi strumenti lavorati su entrambe le facce, come i bifacciali o amigdale. Questi strumenti potevano essere utilizzati per numerose attività, compresa la lavorazione delle carcasse animali. Nel corso del tempo aumentarono anche la complessità delle strategie di sussistenza e le capacità di adattamento a differenti ambienti.
L'evoluzione umana, tuttavia, non procedette attraverso la semplice sostituzione di una specie da parte di un'altra "più evoluta". Diverse specie di ominini vissero contemporaneamente, talvolta negli stessi territori. L'aumento delle dimensioni cerebrali rappresentò soltanto uno dei numerosi cambiamenti verificatisi nel corso dell'evoluzione e non deve essere interpretato come una scala lineare di progresso. Anatomia, comportamento, tecnologia, alimentazione, organizzazione sociale e capacità cognitive seguirono percorsi complessi e non sempre paralleli.
Circa 300.000 anni fa comparvero in Africa i primi rappresentanti conosciuti della nostra specie, Homo sapiens. La loro origine non sembra essere riconducibile necessariamente a una singola piccola popolazione localizzata in un unico luogo: le evidenze disponibili suggeriscono un processo evolutivo complesso avvenuto all'interno di popolazioni africane geograficamente distribuite e collegate tra loro.
Nello stesso periodo e nei millenni successivi, Homo sapiens non era l'unico essere umano esistente. In Europa e nell'Asia occidentale vivevano i Neanderthal (Homo neanderthalensis), mentre in alcune regioni dell'Asia erano presenti popolazioni note come Denisoviani. Esistevano inoltre altre popolazioni umane arcaiche. La Terra del Pleistocene ospitò quindi contemporaneamente differenti gruppi umani.
I Neanderthal erano particolarmente adattati agli ambienti dell'Eurasia pleistocenica e possedevano una cultura materiale complessa. Fabbricavano strumenti, utilizzavano sistematicamente il fuoco, cacciavano grandi animali e manifestavano comportamenti sociali articolati. Non esistono prove sufficienti per considerarli semplicemente esseri umani primitivi incapaci di una comunicazione complessa. Le loro effettive capacità linguistiche rimangono oggetto di ricerca, ma numerose caratteristiche anatomiche, genetiche e comportamentali sono compatibili con forme sofisticate di comunicazione.
Nel frattempo alcune popolazioni di Homo sapiens iniziarono a espandersi fuori dall'Africa. Una delle principali espansioni che contribuì alla popolazione umana attuale ebbe luogo all'incirca 60.000-70.000 anni fa, anche se sono documentate precedenti dispersioni di Homo sapiens fuori dal continente africano. Durante questa espansione i Sapiens incontrarono altre popolazioni umane.
L'incontro con i Neanderthal non consistette soltanto in una competizione. Le analisi del DNA antico hanno dimostrato che Homo sapiens e Neanderthal si incrociarono e generarono discendenti fertili. Per questo motivo molte popolazioni umane moderne, soprattutto quelle con ascendenza prevalentemente non africana, conservano una piccola percentuale di DNA derivato dai Neanderthal. Analoghi fenomeni di incrocio avvennero con i Denisoviani, la cui eredità genetica è particolarmente significativa in alcune popolazioni dell'Asia e dell'Oceania.
I Neanderthal scomparvero come popolazione distinta circa 40.000 anni fa. Non esiste probabilmente una singola causa della loro scomparsa. Cambiamenti climatici, ridotte dimensioni delle popolazioni, dinamiche demografiche, competizione e interazione con Homo sapiens e assimilazione attraverso gli incroci possono aver contribuito in misura diversa. Una parte della loro eredità biologica sopravvive quindi ancora oggi nel patrimonio genetico di molti esseri umani.
Non è corretto affermare che Homo sapiens sapiens sia comparso soltanto 20.000 anni fa. Gli esseri umani moderni appartengono alla specie Homo sapiens, documentata in Africa da circa 300.000 anni. La denominazione Homo sapiens sapiens, utilizzata soprattutto in passato per distinguere l'uomo moderno da altre forme, è oggi generalmente superflua nella paleoantropologia. La capacità cranica media dell'uomo moderno è di circa 1.300 cm³, ma le dimensioni del cervello non costituiscono da sole una misura dell'intelligenza.
Nel corso di decine di migliaia di anni Homo sapiens sviluppò forme sempre più articolate di comunicazione, cooperazione sociale, tecnologia e comportamento simbolico. Ornamenti, pigmenti, incisioni e altre testimonianze mostrano che alcune manifestazioni simboliche hanno origini molto antiche e non possono essere ricondotte a un'improvvisa "esplosione" verificatasi soltanto poche decine di migliaia di anni fa.
Dopo la fine dell'ultima glaciazione, in diverse regioni del mondo alcune comunità umane modificarono profondamente il proprio modo di vivere. A partire da oltre 10.000 anni fa, in alcune aree, gruppi di cacciatori-raccoglitori iniziarono gradualmente a praticare l'agricoltura e l'allevamento. La produzione di cibo favorì in molti contesti la crescita di insediamenti permanenti, l'aumento della popolazione e, nel corso dei millenni successivi, la formazione di società sempre più complesse.
Le prime città, gli Stati e i sistemi di scrittura non comparvero contemporaneamente in tutto il mondo, ma si svilupparono in epoche differenti. In Mesopotamia, tra il IV e il III millennio a.C., si formarono alcune delle prime società urbane e comparvero i più antichi sistemi di scrittura conosciuti. Con la scrittura si apre convenzionalmente, nelle regioni in cui essa compare, il passaggio dalla preistoria alla storia.
L'evoluzione umana deve quindi essere immaginata non come una marcia inevitabile dal primitivo al moderno, ma come un grande albero evolutivo ramificato. Per milioni di anni numerose specie e popolazioni di ominini si sono adattate a differenti ambienti, hanno convissuto, si sono separate, talvolta si sono incrociate e infine, nella maggior parte dei casi, si sono estinte. Homo sapiens è oggi l'unica specie umana sopravvissuta, ma porta nel proprio corpo, nella propria cultura e perfino nel proprio DNA le tracce di una storia evolutiva molto più complessa di una semplice successione lineare.
