Economia nel medioevo

L'economia nel medioevo è una branca della filosofia, dell'etica e della teologia. Essendo l'economia il frutto del comportamento degli uomini, ogni aspetto economico è fortemente collegato alla morale. Per quasi un millennio, dal I al X-XI secolo d.C., le scuole cristiane adottano come punto di riferimento il pensiero economico di Aristotele. Nella filosofia cristiana elaborata dai padri della Chiesa, detta per l'appunto filosofia patristica, gli autori cristiani rielaborano gli antichi concetti e dottrine della filosofia greca per costruire una nuova interpretazione delle stesse all'interno del cristianesimo. In quest'ampio arco temporale della Patristica gli autori cristiani si esprimono in modo diverso e talvolta in contrasto reciproco.

Tali dottrine sono ben organizzate soltanto a partire dal XI secolo con la Scolastica di Tommaso d'Aquino. Secondo Tommaso d'Aquino l'oeconomia è semplicemente il governo della casa, una disciplina attinente alla sfera privata dell'uomo come individuo o famiglia ed è separata e considerata di minore importanza rispetto alla filosofia, all'etica e alla politica. L'attività pubblica e di governo dello Stato non sono considerati un oggetto di studio dell'economia, ma soltanto della politica.

Il pensiero economico cristiano dalla Patristica alla Scolastica si basa su una netta separazione tra la sfera celeste e la sfera terrena. Nella prima (sfera celeste) possiamo trovare la perfezione e la legge divina, nella seconda (sfera terrestre) prevale l'imperfezione e le leggi dell'uomo. Da tale distinzione deriva la tendenza a tollerare alcune pratiche e comportamenti terreni, adottando un atteggiamento normativo su fatti economici al fine ultimo di ricercare una giusta misura. Per comprendere il pensiero economico medievale cristiano è opportuno analizzare ogni singolo argomento del dibattito economico.

  • Proprietà privata. La proprietà privata è giustificata dalla cupidigia umana nei confronti dei beni materiali ed è disciplinata dalla legge terrena. Spogliandosi dalle proprietà terrene qualsiasi persona avrebbe agevolato il suo ingresso in paradiso (es. San Francesco d'Assisi ). Tuttavia, gli autori cristiani non impongono tale precetto morale come un obbligo universale, una debolezza terrena ammessa e giustificata, spesso compensata con opere di elemosina verso gli indigenti. Tutto ciò che è terreno viene perduto nel momento del passaggio nelle sfere celesti ("a miglior vita") ove tutti sono uguali dinnanzi alle leggi divine.
  • Distribuzione. Le disuguaglianze terrene sono una conseguenza delle leggi umane e non divine. Al pari della proprietà privata sono giustificate dall'imperfezione terrena, a volte tollerate e altre volte condannate quando superano un certo limite. La stessa schiavitù è tollerata poiché sia il servo che il padrone hanno le medesime possibilità di diventare santi o di entrare nel regno dei cieli. In teoria, il servo è persino avvantaggiato ("gli ultimi saranno i primi nel regno dei cieli") rispetto al padrone. Nel pensiero economico cristiano del medioevo prevale la convinzione dell'uguaglianza degli uomini. Sotto questo aspetto i patristi si distinguono dal pensiero aristotelico. È invece la legge degli uomini a causare la diseguaglianza terrena, una diseguaglianza temporanea destinata comunque a scomparire nella sfera celeste.
  • Scambio. Le attività commerciali non sono condannate. Tuttavia, la condotta umana deve essere sempre basata sulla correttezza etica in ogni momento della vita, ivi compresa l'attività commerciale. Più che studiare e disciplinare i fenomeni economici del medioevo, gli autori cristiani elaborano una serie di precetti e norme di comporamento considerati "giusti" dal punto di vista etico. Fa eccezione alla regola soltanto l'usura, molto probabilmente il fenomeno economico più a lungo dibattuto dagli autori cristiani all'interno della teoria del valore.
  • Valore. Nell'economia medievale i mercati sono ancora limitati a una portata locale e irrigiditi dalla presenza delle corporazioni. La formazione del prezzo viene studiata soprattutto dal punto di vista morale. Il "giusto prezzo" degli scolastici non deve essere pertanto confuso con il prezzo di mercato. Fatta eccezione per il "giusto prezzo", non esiste una teoria del valore omogenea tra gli autori cristiani. Secondo alcuni il valore è legato al costo di produzione ( valore oggettivo ), secondo altri è invece determinato dai bisogni e dalla scarsità ( valore soggettivo ). In entrambi i casi ciò che accomuna tutti gli autori cristiani è la necessità di distinguere i contratti leciti ("giusti") e quelli illeciti sotto il profilo morale.

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