
Invasione dei longobardi in Italia
L’invasione longobarda e la trasformazione dell’Italia
L’invasione dei Longobardi in Italia, iniziata nel 568 d.C. sotto la guida di re Alboino, costituisce uno dei passaggi decisivi nella trasformazione della penisola tra tarda antichità e alto Medioevo. La conquista non provocò una cancellazione improvvisa della civiltà romana, ma accelerò processi di cambiamento politico, sociale ed economico già in corso. La conseguenza più evidente fu la fine dell’unità territoriale che l’Impero romano d’Oriente aveva appena ristabilito dopo la guerra contro gli Ostrogoti. Da quel momento l’Italia rimase divisa tra territori longobardi e territori bizantini, inaugurando una frammentazione politica destinata, attraverso forme molto diverse, a caratterizzare la penisola per molti secoli.
- L’Italia dopo la guerra greco gotica
- Dalla Pannonia all’Italia
- La conquista dell’Italia settentrionale
- L’espansione verso il Centro e il Mezzogiorno
- La divisione tra Langobardia e Romània
- La società longobarda e l’organizzazione del potere
- Il periodo dei duchi e il rafforzamento della monarchia
- La trasformazione religiosa
- L’Editto di Rotari e il diritto longobardo
- Le conseguenze della conquista longobarda
- Un passaggio tra tarda antichità e Medioevo
L’Italia dopo la guerra greco gotica
La conquista longobarda fu favorita dalle condizioni di estrema debolezza nelle quali si trovava l’Italia alla metà del VI secolo. La guerra greco gotica, combattuta tra il 535 e il 554 d.C., era stata intrapresa dall’imperatore d’Oriente Giustiniano I con l’obiettivo di riconquistare agli Ostrogoti i territori italiani appartenuti all’Impero romano d’Occidente. La vittoria bizantina aveva formalmente restaurato il dominio imperiale, ma era stata ottenuta al prezzo di una lunga guerra che aveva devastato numerosi centri urbani e territori agricoli, compromettendo ulteriormente una situazione economica e demografica già fragile.
Alle distruzioni provocate dagli eserciti si aggiunsero carestie e le epidemie legate alla cosiddetta peste giustinianea. L’Italia riconquistata era quindi un territorio militarmente vulnerabile e materialmente impoverito. Con la Prammatica Sanzione del 554 d.C., Giustiniano aveva cercato di riorganizzare l’amministrazione della penisola e di restaurare l’autorità imperiale. Le risorse disponibili, tuttavia, non consentivano di predisporre una difesa capillare del territorio.
In questo contesto occorre evitare un frequente anacronismo. Al momento dell’ingresso dei Longobardi non esisteva ancora, nella sua forma pienamente organizzata, l’Esarcato di Ravenna. Tale struttura amministrativa e militare si sviluppò successivamente proprio nel quadro della necessità bizantina di resistere alla conquista longobarda. La prima attestazione sicura di un esarca residente a Ravenna risale infatti al 584 d.C.

Dalla Pannonia all’Italia
I Longobardi erano una popolazione germanica attestata anticamente nell’Europa settentrionale, nell’area del basso Elba. Nel corso dei secoli si erano progressivamente spostati verso sud, raggiungendo il medio Danubio e stabilendosi infine in Pannonia, regione comprendente parte dell’attuale Ungheria occidentale e territori limitrofi.
Durante la permanenza nell’area danubiana i Longobardi entrarono in rapporto con l’Impero romano d’Oriente e fornirono anche contingenti militari utilizzati dai Bizantini nella guerra combattuta in Italia. La penisola, quindi, non rappresentava necessariamente una realtà del tutto sconosciuta ai Longobardi quando maturò la decisione di trasferirvisi.
Nel 567 d.C., sotto la guida di Alboino, i Longobardi si allearono con gli Avari e sconfissero il regno dei Gepidi, modificando profondamente gli equilibri politici dell’area danubiana. L’anno successivo abbandonarono la Pannonia e si diressero verso l’Italia. Le ragioni della migrazione non possono essere ricondotte a una singola causa. La crescente pressione degli Avari, la disponibilità di terre e risorse nella penisola e la manifesta debolezza militare dell’Italia bizantina contribuirono probabilmente alla scelta, ma il peso preciso dei diversi fattori rimane discusso.
La conquista dell’Italia settentrionale
Nella primavera del 568 d.C., secondo la cronologia tradizionalmente accolta, Alboino guidò i Longobardi attraverso le Alpi orientali e penetrò in Italia dal Friuli. Non si trattava semplicemente di un esercito impegnato in una campagna militare. Il movimento comprendeva guerrieri, donne, bambini, carri, animali e beni, configurandosi quindi come una vera migrazione di popolazione, alla quale partecipavano anche gruppi di origine diversa.
Il numero complessivo dei migranti non è noto. Le stime moderne variano considerevolmente e non possono essere considerate dati certi. Le fonti attestano inoltre la presenza di Sassoni, Gepidi e altri gruppi accanto ai Longobardi. Paolo Diacono, principale autore della successiva tradizione narrativa longobarda, riferisce in particolare la presenza di circa 20.000 Sassoni con le rispettive famiglie. La cifra deve essere considerata con prudenza, poiché deriva da una fonte posteriore e non può essere verificata indipendentemente.
La prima importante conquista fu Forum Iulii, l’attuale Cividale del Friuli, occupata generalmente nel 568. La città divenne il centro del primo ducato longobardo in Italia, affidato da Alboino al nipote Gisulfo. Da questa base l’espansione proseguì rapidamente nella pianura padana.
Tra il 568 e il 570 d.C. i Longobardi conquistarono ampie zone del Veneto e dell’Italia settentrionale, occupando centri importanti come Vicenza, Verona e Brescia. Milano cadde nel settembre del 569 d.C.. L’avanzata non fu però uniforme e incontrastata. Le autorità bizantine, tra le quali operava il prefetto del pretorio Longino, non riuscirono a organizzare una controffensiva capace di fermare l’invasione, ma conservarono diverse città fortificate, importanti vie di comunicazione e numerosi territori costieri.
Una parte della popolazione cercò protezione nei territori rimasti sotto il controllo imperiale. Alcuni abitanti si spostarono verso le isole della laguna veneta, contribuendo al rafforzamento di insediamenti preesistenti. Questi movimenti costituiscono uno degli elementi del lungo e complesso processo storico dal quale sarebbe successivamente sorta Venezia. Sarebbe tuttavia improprio immaginare la città come il risultato immediato e diretto della sola invasione del 568.
Più difficile fu la conquista di Pavia, l’antica Ticinum. La città oppose una resistenza prolungata e, secondo la cronologia comunemente adottata, capitolò nel 572 d.C., dopo un assedio che la tradizione indica della durata di circa tre anni. Pavia divenne uno dei principali centri politici del regno, anche se il ruolo di capitale stabile si consolidò soprattutto nel VII secolo, dopo una prima fase nella quale anche Verona e Milano ebbero una notevole importanza politica.

L’espansione verso il Centro e il Mezzogiorno
L’espansione longobarda non rimase circoscritta all’Italia settentrionale. Già durante le prime fasi della conquista gruppi armati avanzarono verso la Toscana e lungo le regioni appenniniche, raggiungendo l’Italia centrale e meridionale. Da questa espansione nacquero i ducati di Spoleto e Benevento, quest’ultimo tradizionalmente associato alla figura del duca Zotto.
La posizione geografica dei due ducati favorì una notevole autonomia. Spoleto e Benevento erano infatti separati dai principali territori settentrionali del regno da zone ancora controllate dai Bizantini. La distanza dal potere regio rese quindi difficile un controllo costante da parte della monarchia. L’autonomia non fu tuttavia immutabile: i rapporti con i sovrani longobardi variarono nel tempo, alternando periodi di sostanziale indipendenza a fasi di maggiore subordinazione.
Con il consolidarsi delle conquiste, i territori longobardi vennero distinti in due grandi aree. La Langobardia Maggiore comprendeva soprattutto l’Italia settentrionale, articolata nelle aree occidentali della Neustria e orientali dell’Austria, oltre alla Toscana. La Langobardia Minore comprendeva invece i grandi ducati centro meridionali di Spoleto e Benevento.

La divisione tra Langobardia e Romània
La conseguenza politica fondamentale della conquista fu la rottura dell’unità della penisola appena ricostituita da Giustiniano. L’Italia si trovò progressivamente divisa tra una Langobardia, costituita dai territori conquistati dai Longobardi, e una Romània, formata dalle regioni rimaste sotto il dominio dell’Impero romano d’Oriente.
I confini tra queste due aree non erano lineari né stabili. Il controllo territoriale cambiò ripetutamente attraverso guerre, conquiste e riorganizzazioni. I Longobardi dominarono inizialmente soprattutto le regioni interne e continentali, estendendosi successivamente anche verso alcune zone costiere. I Bizantini conservarono invece importanti territori strategici, spesso collegati al mare e quindi più facilmente rifornibili attraverso la flotta imperiale.
Nel corso dei decenni successivi, la Romània comprese l’Esarcato di Ravenna, la Pentapoli adriatica, formata dai centri di Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia e Ancona, e il territorio di Roma, collegato a Ravenna mediante un corridoio che attraversava l’Italia centrale passando per l’area di Perugia. Rimasero inoltre sotto controllo bizantino la laguna veneta, Napoli e diversi territori meridionali. La Liguria conservò il dominio imperiale fino alla conquista effettuata da Rotari nel 643 d.C. Anche Sicilia, Sardegna e Corsica continuarono a dipendere dall’Impero, pur appartenendo a strutture amministrative differenti.
Questa geografia politica non nacque già compiuta nel 568. Fu il risultato di un processo protrattosi per decenni, durante il quale l’avanzata longobarda si scontrò con la capacità bizantina di conservare determinate città e aree strategiche.
La società longobarda e l’organizzazione del potere
La conquista longobarda produsse inizialmente una rottura più profonda rispetto a quella avvenuta sotto gli Ostrogoti. Il regno ostrogoto aveva infatti mantenuto una significativa collaborazione con l’aristocrazia romana e con numerose strutture amministrative preesistenti. L’insediamento longobardo fu invece accompagnato, almeno nelle prime fasi, da violenze, uccisioni ed espropriazioni che colpirono anche i grandi proprietari romani.
Secondo Paolo Diacono, numerosi nobili romani furono uccisi, mentre altri vennero obbligati a consegnare ai conquistatori un terzo dei raccolti. La testimonianza non permette tuttavia di stabilire l’esistenza di un sistema uniforme applicato nello stesso modo in tutta la penisola. Rimane inoltre problematica l’identificazione automatica di queste imposizioni con l’istituto romano dell’hospitalitas, mediante il quale in epoche precedenti erano stati regolati i rapporti economici tra popolazioni federate e proprietari romani.
La società longobarda era articolata secondo differenti condizioni giuridiche e fondata su rapporti familiari, militari e personali. Gli arimanni erano uomini liberi soggetti agli obblighi militari. Il termine è documentato soprattutto nelle fasi successive e non deve essere interpretato come se indicasse una classe sociale dotata degli stessi diritti politici in ogni periodo della storia longobarda.
Importanti erano anche le fare, gruppi legati da vincoli familiari e militari che svolsero una funzione significativa durante la migrazione e l’insediamento. La loro natura precisa rimane discussa e sarebbe riduttivo identificarle semplicemente con clan costituiti esclusivamente da consanguinei.
Ai vertici territoriali si trovavano i duchi, originariamente capi militari che assunsero il controllo di città e territori dando origine ai ducati. Nella fase iniziale il potere ducale fu particolarmente autonomo, mentre con il progressivo consolidamento della monarchia i duchi vennero inseriti più stabilmente nella struttura politica del regno.
Ai livelli inferiori della gerarchia sociale si trovavano gli aldii e i servi. Gli aldii occupavano una condizione semilibera, disponevano di una capacità giuridica limitata ed erano sottoposti alla protezione e all’autorità di un patrono. I servi si trovavano invece in una condizione di dipendenza più completa. Entrambi i gruppi potevano essere impiegati in attività differenti e non esclusivamente nel lavoro agricolo.
Il periodo dei duchi e il rafforzamento della monarchia
La monarchia longobarda attraversò una grave crisi pochi anni dopo l’ingresso in Italia. Nel 572 d.C., secondo la cronologia tradizionale, Alboino fu assassinato a Verona durante una congiura di palazzo. Le fonti attribuiscono un ruolo centrale alla moglie Rosmunda, ma i particolari della vicenda sono stati trasmessi attraverso racconti nei quali elementi storici e componenti leggendarie risultano difficili da separare.
Il successore Clefi regnò per breve tempo e venne assassinato nel 574 d.C. Alla morte di Clefi i Longobardi non elessero immediatamente un nuovo sovrano. Ebbe così inizio il Periodo dei Duchi, compreso tra il 574 e il 584 d.C., tradizionalmente definito anche anarchia ducale. Secondo Paolo Diacono, durante questo decennio trentacinque duchi esercitarono autonomamente il potere nei rispettivi territori.
L’assenza di un’autorità centrale rendeva tuttavia difficile coordinare la difesa del regno. La crescente pressione esercitata dai Franchi e dai Bizantini favorì quindi il ripristino della monarchia. Nel 584 d.C. i duchi elessero re Autari, figlio di Clefi.
Paolo Diacono riferisce che, per garantire alla monarchia una base economica adeguata, i duchi cedettero al sovrano la metà dei propri beni. La formazione di un consistente patrimonio regio fornì alla corona risorse indispensabili per consolidare il potere centrale. Parallelamente acquistarono crescente importanza i gastaldi, funzionari regi incaricati soprattutto dell’amministrazione dei beni della corona e, secondo i diversi contesti, anche di funzioni giudiziarie e territoriali. La loro presenza rappresentò uno degli strumenti attraverso i quali la monarchia cercò di limitare l’eccessiva autonomia dei poteri ducali.

La trasformazione religiosa
Al momento dell’ingresso in Italia, la società longobarda non presentava una completa uniformità religiosa. Accanto a persistenti tradizioni pagane erano diffuse forme di cristianesimo, soprattutto di confessione ariana. Questa pluralità contribuì alle tensioni con la popolazione romano cattolica e con la Chiesa, anche se sarebbe semplicistico interpretare tutti i conflitti tra Longobardi, Bizantini e Papato esclusivamente in termini religiosi. Gli interessi politici e territoriali ebbero un peso altrettanto importante.
Un significativo avvicinamento alla Chiesa cattolica si verificò durante il regno di Agilulfo, sovrano dal 590 al 616 d.C. e confermato dall’assemblea longobarda nel 591. Un ruolo decisivo fu svolto dalla regina cattolica Teodolinda, già moglie di Autari, che favorì i rapporti con il cattolicesimo e mantenne relazioni con papa Gregorio Magno. Il pontefice, a sua volta, era impegnato sia nella difesa di Roma sia nella ricerca di accordi capaci di ridurre la pressione militare longobarda.
Un momento simbolicamente importante fu il battesimo cattolico di Adaloaldo, figlio di Agilulfo e Teodolinda, nel 603 d.C. Non bisogna tuttavia immaginare una conversione immediata dell’intero popolo longobardo. Il processo fu graduale e non lineare. Anche successivamente regnarono sovrani ariani, tra i quali Rotari, e soltanto nel corso del VII secolo il cattolicesimo riuscì progressivamente a consolidarsi nel regno.
L’Editto di Rotari e il diritto longobardo
Un passaggio fondamentale nella costruzione dello Stato longobardo fu la promulgazione dell’Editto di Rotari nel 643 d.C. Redatto in latino, l’editto mise per iscritto e riorganizzò numerose consuetudini giuridiche longobarde. La scelta della lingua latina mostra già l’inserimento del regno in un ambiente nel quale la tradizione culturale e amministrativa romana continuava a esercitare una profonda influenza.
Particolare importanza ebbe la disciplina delle composizioni pecuniarie, cioè dei risarcimenti destinati a regolare determinati conflitti e a limitare il ricorso alla faida, la vendetta privata tra gruppi familiari. L’editto non inventò questo sistema, già presente nella tradizione giuridica longobarda, ma contribuì a definirlo e a sottoporlo a una regolamentazione più precisa.
In questo quadro rientrava il guidrigildo, vale a dire il valore giuridico attribuito alla persona in relazione alla sua posizione sociale. Il guidrigildo assumeva particolare rilievo nella determinazione del risarcimento dovuto per l’uccisione di un uomo libero. La composizione pecuniaria permetteva quindi di trasformare un conflitto potenzialmente destinato a generare una catena di vendette in un rapporto giuridicamente regolato. In questo senso, il rafforzamento delle composizioni contribuiva anche all’affermazione dell’autorità pubblica sulla violenza privata.
Le conseguenze della conquista longobarda
L’invasione del 568 modificò profondamente la storia dell’Italia. Nei territori conquistati molte strutture amministrative tardoantiche furono indebolite, trasformate o sostituite, ma non si verificò una completa scomparsa dell’eredità romana. La storia successiva fu caratterizzata piuttosto da una progressiva integrazione tra conquistatori e popolazioni locali, dalla quale emersero nuove forme politiche, giuridiche, sociali e culturali.
La divisione della penisola tra Longobardi e Bizantini ebbe inoltre conseguenze decisive sul ruolo della Chiesa di Roma. Le difficoltà dell’Impero romano d’Oriente nel garantire una protezione efficace favorirono la crescente importanza civile e politica dei vescovi e soprattutto del Papato, che assunse progressivamente funzioni sempre più ampie nella gestione e nella difesa del territorio romano.
Un passaggio significativo di questo processo fu la Donazione di Sutri del 728 d.C., compiuta dal re longobardo Liutprando a favore di papa Gregorio II. L’episodio rappresentò una tappa importante nella formazione del dominio territoriale pontificio, ma non può essere considerato da solo l’atto di nascita di uno Stato della Chiesa già pienamente formato. Il potere territoriale dei pontefici nacque infatti attraverso un processo più lungo, consolidato successivamente anche grazie all’intervento dei Franchi.
I rapporti tra la monarchia longobarda e il Papato divennero progressivamente più conflittuali. La pressione longobarda sui territori dell’Italia centrale spinse i pontefici a cercare una protezione politica e militare presso i Franchi. Prima Pipino il Breve e successivamente Carlo Magno intervennero nella penisola, modificando definitivamente gli equilibri politici italiani.
Nel 774 d.C., Carlo Magno conquistò Pavia e depose l’ultimo re longobardo, Desiderio, ponendo fine all’indipendenza del Regno longobardo dell’Italia settentrionale. La conquista franca non comportò però la completa cancellazione delle strutture precedenti. Carlo Magno assunse infatti il titolo di re dei Longobardi e mantenne parte delle istituzioni del regno conquistato.
La vicenda politica longobarda, inoltre, non terminò interamente nel 774. Nel Mezzogiorno il ducato di Benevento, rimasto fuori dal diretto controllo franco, continuò a rappresentare un importante centro del potere longobardo. L’eredità dei Longobardi sopravvisse quindi alla caduta della monarchia di Pavia e continuò a influenzare per secoli la storia politica e culturale dell’Italia meridionale.

Un passaggio tra tarda antichità e Medioevo
L’arrivo dei Longobardi non deve essere interpretato semplicemente come la sostituzione improvvisa di una civiltà romana con una germanica. La trasformazione fu molto più complessa. La conquista distrusse alcuni equilibri, ne accelerò la crisi e ne costruì di nuovi, mentre numerosi elementi della tradizione romana continuarono a sopravvivere e a interagire con le istituzioni, il diritto e la cultura dei conquistatori.
Il significato storico dell’invasione risiede soprattutto nella nuova geografia politica dell’Italia. La divisione tra territori longobardi e bizantini impedì la ricostituzione di un potere unitario sulla penisola e contribuì alla formazione di differenti centri politici regionali. Parallelamente, il progressivo avvicinamento dei Longobardi al cattolicesimo, il consolidamento della monarchia, la codificazione del diritto e la crescita politica del Papato modificarono profondamente gli equilibri ereditati dall’antichità.
Il 568 d.C. rappresenta quindi non soltanto l’inizio di una conquista militare, ma una delle date simboliche della transizione italiana dalla tarda antichità all’alto Medioevo. La società nata dall’incontro e dal conflitto tra Longobardi, popolazioni romano italiche, Impero bizantino e Chiesa non fu la semplice prosecuzione del mondo romano né una realtà completamente nuova: fu il risultato di una lunga trasformazione, nella quale continuità e rottura operarono contemporaneamente.
