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BULLIONISMOL'affermazione degli Stati nazionali e del commercio trasformò radicalmente il significato di economia a partire dal XVI secolo. Pur non potendo identificare una vera e propria teoria economica, è tuttavia possibile delineare il mutamento del pensiero economico in senso generale. Il sistema economico non era più l'economia domestica e il controllo del bilancio della casa, bensì quello dello Stato. Il punto di vista della classe mercantile e dei funzionari di governo divenne il nocciolo della nascente scienza economica. Il primo cambiamento riconosciuto dagli studiosi prese il nome di 'bullionismo'. Al centro del pensiero bullionista si pose la convinzione che la ricchezza fosse rappresentata dalla moneta a disposizione delle casse statali, ossia dall'oro. L'afflusso di metalli preziosi dalle Americhe conferiva una grande ricchezza agli Stati europei che, mediante le casse del governo, potevano così permettersi opere altrimenti impensabili. Agli occhi di un funzionario di governo la potenza di uno Stato era misurata dal tesoro a disposizione per comprare navi da guerra o mercantili, pagare soldati e finanziare opere pubbliche e monumenti, guerre. Senza l'oro tutto questo non era possibile. L'ottica dei bullionisti era pressocché simile a quella della precedente economia domestica, l'unica differenza fu la scala con cui si osservavano i fenomeni economici, non più della casa ma della nazione. Peraltro i funzionari di Stato prima d'essere amministratori del tesoro pubblico erano amministratori delle finanze private del sovrano. La politica economica prevalente era il divieto di uscita dell'oro e dell'argento dai confini nazionali. Per impedire l'uscita dei metalli preziosi e dei pagamenti delle merci estere con monete d'oro furono messe in circolazione monete con contenuto metallico inferiore al valore di conio (cd fenomeno della "tosatura" delle monete). La circolazione delle due monete, quella cattiva (tosata) e quella buona (oro e argento), fece tesaurizzare l'oro e l'argento. Per impedire la fuoriuscita di oro furono anche realizzati rigidi controlli sulla bilancia commerciale, impedendo che il valore delle merci importate da un paese superasse quello delle merci esportate verso il paese stesso. Nonostante i rigidi controlli bullionisti l'oro continuò a defluire dai paesi più ricchi. La moneta 'buona' era tesaurizzata nei confini nazionali (cd Legge di Gresham) e utilizzata per l'acquisto di merci estere. Viceversa, la moneta 'cattiva' veniva regolarmente rifiutata all'estero per il suo basso valore metallico. I bullionisti accusarono i banchieri e i mercanti di comportamenti illeciti, tali da causare deviazioni del tasso di cambio dalle parità determinate dal contenuto metallico. Non mancarono tuttavia dubbi e incertezze sull'associazione teorica della ricchezza alla disponibilità d'oro di un paese. Altri fattori sarebbero ben presto portati alla luce dagli eredi dei bullionisti, i mercantilisti, nel XVII secolo.

L'affermazione degli Stati nazionali e del commercio trasformò radicalmente il significato di economia a partire dal XVI secolo. Pur non potendo identificare una vera e propria teoria economica, è tuttavia possibile delineare il mutamento del pensiero economico in senso generale. Il sistema economico non era più l'economia domestica e il controllo del bilancio della casa, bensì quello dello Stato. Il punto di vista della classe mercantile e dei funzionari di governo divenne il nocciolo della nascente scienza economica. Il primo cambiamento riconosciuto dagli studiosi prese il nome di 'bullionismo'. Al centro del pensiero bullionista si pose la convinzione che la ricchezza fosse rappresentata dalla moneta a disposizione delle casse statali, ossia dall'oro. L'afflusso di metalli preziosi dalle Americhe conferiva una grande ricchezza agli Stati europei che, mediante le casse del governo, potevano così permettersi opere altrimenti impensabili. Agli occhi di un funzionario di governo la potenza di uno Stato era misurata dal tesoro a disposizione per comprare navi da guerra o mercantili, pagare soldati e finanziare opere pubbliche e monumenti, guerre. Senza l'oro tutto questo non era possibile. L'ottica dei bullionisti era pressocché simile a quella della precedente economia domestica, l'unica differenza fu la scala con cui si osservavano i fenomeni economici, non più della casa ma della nazione. Peraltro i funzionari di Stato prima d'essere amministratori del tesoro pubblico erano amministratori delle finanze private del sovrano. La politica economica prevalente era il divieto di uscita dell'oro e dell'argento dai confini nazionali. Per impedire l'uscita dei metalli preziosi e dei pagamenti delle merci estere con monete d'oro furono messe in circolazione monete con contenuto metallico inferiore al valore di conio (cd fenomeno della "tosatura" delle monete). La circolazione delle due monete, quella cattiva (tosata) e quella buona (oro e argento), fece tesaurizzare l'oro e l'argento. Per impedire la fuoriuscita di oro furono anche realizzati rigidi controlli sulla bilancia commerciale, impedendo che il valore delle merci importate da un paese superasse quello delle merci esportate verso il paese stesso. Nonostante i rigidi controlli bullionisti l'oro continuò a defluire dai paesi più ricchi. La moneta 'buona' era tesaurizzata nei confini nazionali (cd Legge di Gresham) e utilizzata per l'acquisto di merci estere. Viceversa, la moneta 'cattiva' veniva regolarmente rifiutata all'estero per il suo basso valore metallico. I bullionisti accusarono i banchieri e i mercanti di comportamenti illeciti, tali da causare deviazioni del tasso di cambio dalle parità determinate dal contenuto metallico. Non mancarono tuttavia dubbi e incertezze sull'associazione teorica della ricchezza alla disponibilità d'oro di un paese. Altri fattori sarebbero ben presto portati alla luce dagli eredi dei bullionisti, i mercantilisti, nel XVII secolo.

Fonte:
http://www.portaleconomia.info/info/bullionismo.php




 
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